Sulla liturgia confrontarsi senza alcun pregiudizio

Author : admin - Comments : Comments Off - Dicembre 29th, 2007 - RSS feed

 

A sessant’anni dall’enciclica di Pio XII “Mediator Dei”

Sulla liturgia confrontarsi senza alcun pregiudizio

Nicola Bux

È in atto una battaglia sulla liturgia: diversamente da quella che agli inizi del secolo scorso diede origine al movimento liturgico, la materia del contendere non è appena il rito romano antico. Tuttavia il Santo Padre ci rassicura: la lotta per la corretta interpretazione e la degna celebrazione della sacra liturgia è necessaria in ogni generazione. È grande la posta in gioco: “giungere ad una riconciliazione interna nel seno della Chiesa” (Lettera apostolica circa il Motu proprio Summorum Pontificum, 7 luglio 2007), anche per portare a compimento la riforma liturgica. Lasceremo cadere l’invito, se amiamo veramente la Chiesa e la sacra liturgia?

Ora, se quanti amano o scoprono la precedente tradizione liturgica devono anche convincersi “del valore e della santità del nuovo rito”, tutti gli altri dovrebbero riflettere sul fatto che “nella storia della liturgia c’è crescita e progresso, ma nessuna rottura. Ciò che per le generazioni anteriori era sacro, anche per noi resta sacro e grande, e non può essere improvvisamente del tutto proibito o, addirittura, giudicato dannoso”. Le parole di Benedetto XVI richiamano queste altre: “Se da una parte constatiamo con dolore che in alcune regioni il senso, la conoscenza e lo studio della liturgia sono talvolta scarsi o quasi nulli, dall’altra notiamo con molta apprensione che alcuni sono troppo avidi di novità e si allontanano dalla via della sana dottrina e della prudenza. Giacché all’intenzione e al desiderio di un rinnovamento liturgico, essi frappongono spesso principi che, in teoria o in pratica, compromettono questa santissima causa, e spesso la contaminano di errori che toccano la fede cattolica e la dottrina ascetica”. Chi le ha scritte è Pio XII, nell’Introduzione dell’enciclica Mediator Dei. La logica è la medesima: la tradizione è necessaria e l’innovazione ineluttabile, ed entrambe sono nella natura del corpo ecclesiale come del corpo umano. Non si oppongono ma sono complementari e interdipendenti. Pertanto non ha senso essere ad oltranza innovatori o tradizionalisti. Semmai bisogna incontrarsi e confrontarsi senza pregiudizio e con grande carità, ancora sotto la guida della Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti e con l’aiuto dell’ordine di san Benedetto, entrambi menzionati nell’enciclica.

Cominciamo proprio dalla Mediator Dei, pubblicata il 20 novembre 1947, dal servo di Dio Pio XII: il documento dottrinale più importante sulla liturgia prima del concilio Vaticano II, senza del quale la costituzione sulla sacra liturgia, emanata solo sedici anni dopo, il 4 dicembre 1963, non si comprende appieno. Ne è la fonte principale quanto ad impostazione classica e a contenuti dottrinali e un termine di paragone con le istanze antiche e nuove della liturgia. Leggendo l’enciclica a sessant’anni dalla sua promulgazione, si viene aiutati a superare il pregiudizio verso la Chiesa preconciliare ed anche verso un Papa, definito dal suo successore Giovanni XXIII: Doctor optimus, Ecclesiae sanctae lumen, divinae legis ad monitor nella prima enciclica Ad Petri Cathedram. Sono i tre titoli che un’antifona liturgica del Messale romano conferisce ai dottori della Chiesa.

Pio XII non si limitò ad enunciare la dottrina mediante l’enciclica, ma fece seguire le riforme: il permesso di usare le lingue locali accanto al latino per alcune parti dei riti liturgici in quei paesi europei e latino-americani dove l’unità cattolica non era a rischio; il permesso a determinate condizioni di celebrare la messa vespertina (1957), riscoprendo il giorno liturgico; la revisione delle norme sul digiuno eucaristico (1953) e le indicazioni per il rinnovamento della musica sacra sulle orme di san Pio X. È noto che già nel 1946 “Pio XII aveva istituito una commissione per la riforma generale della liturgia, che avrebbe iniziato i propri lavori nel 1948 e che, nel 1959, sarebbe confluita nella commissione preparatoria del concilio per la liturgia. Non è dunque fuori luogo affermare che la costituzione sulla liturgia del Vaticano II aveva cominciato ad essere predisposta fin dal 1948, prendendo spunto dall’enciclica” (Andrea Tornelli, Pio XII. Eugenio Pacelli, un uomo sul trono di Pietro, Milano, 2007, pagina 510). L’approfondito lavoro preparatorio eviterà al progetto di costituzione conciliare, a differenza di tutti gli altri, la bocciatura. Tutto questo prende avvio dall’enciclica Mediator Dei, e farebbero attribuire al grande pontefice anche il titolo di divini cultus instaurator.

                                                                Culmine e fonte

Il culto o la liturgia avviene soltanto per, con e in Gesù Cristo: diversamente non arriva a Dio Padre per adorarlo e nemmeno a noi per santificarci. Quindi non la facciamo noi e ciò spiega l’esordio dell’enciclica: “”Il Mediatore tra Dio e gli uomini” (1 Timoteo, 2, 5), il grande pontefice che penetrò i cieli, Gesù Figlio di Dio (cfr Ebrei, 4, 14) assumendosi l’opera di misericordia con la quale arricchì il genere umano di doni soprannaturali (…) attese a procurare la salute delle anime con il continuo esercizio della preghiera e del sacrificio, finché, sulla Croce, si offrì vittima immacolata a Dio per mondare la nostra coscienza dalle opere morte onde servire al Dio vivo (cfr ivi, 9, 14) (…). Il Divin Redentore volle, poi, che la vita sacerdotale da Lui iniziata nel suo Corpo mortale (…) non cessasse nel corso dei secoli nel suo Corpo Mistico che è la Chiesa; e perciò offrì un sacerdozio visibile per offrire dovunque la oblazione monda (cfr Malachia, 1, 11), affinché tutti gli uomini, dall’Oriente e dall’Occidente, liberati dal peccato, per dovere di coscienza servissero spontaneamente e volentieri a Dio. La Chiesa dunque, fedele al mandato ricevuto dal suo Fondatore, continua l’ufficio sacerdotale di Gesù Cristo soprattutto con la Sacra Liturgia”. Una simile introduzione fa capire che nessuno possa parlare di liturgia senza partire da Cristo in quanto Mediator Dei e senza intenderla come manifestazione somma e continua di tale mediazione. Egli è il “luogo” dell’incontro tra Dio e l’uomo e fa della liturgia il culmine della vita della Chiesa e la fonte di ogni grazia. La liturgia culmen et fons, l’endiadi ormai celebre della Sacrosanctum Concilium che ne sintetizza il concetto, è già nella introduzione della Mediator Dei.
La prima parte dell’enciclica s’intitola “Natura, origine e progresso della liturgia”. L’uomo deve convertirsi a Dio, orientarsi a lui: questo si manifesta rendendo “il debito culto all’unico e vero Dio” (I, 1): nell’Antico Testamento è Dio stesso a stabilire le norme del culto; nel Nuovo Testamento è la rivelazione che Gesù stesso compie con i fatti della sua vita, morte e risurrezione a diventar offerta o culto gradito a Dio, finché “entrando, poi, nella beatitudine celeste vuole che il culto da lui istituito e prestato durante la sua vita terrena continui ininterrottamente” (I, 1). L’opera della redenzione di Cristo viene in modo analogo riproposta nella costituzione Sacrosanctum Concilium (cfr 5-6).
Alla volontà del Signore l’enciclica fa risalire le norme e istituzioni liturgiche: esse hanno in lui l’autore e perciò vanno trattate con obbedienza gioiosa. L’altare sul quale si presenta il sacrificio eucaristico è elevato verso l’alto, è un’ara alta e non una tavola, a significare che la liturgia la riceviamo dall’alto e non la confezioniamo dal basso.
C’è un secondo elemento essenziale della liturgia cattolica: “In ogni azione liturgica, quindi, insieme con la Chiesa è presente il suo Divin Fondatore: Cristo è presente nell’augusto Sacrificio dell’altare sia nella persona del suo ministro, sia massimamente sotto le specie eucaristiche; è presente nei sacramenti con la virtù che in essi trasfonde perché siano strumenti efficaci di santità; è presente infine nelle lodi e nelle suppliche a Dio rivolte, come sta scritto: “Dove sono due o tre adunati in nome mio, ivi sono in mezzo ad essi” (Matteo, 18, 20)” (I, 1). Il versetto viene ripreso nel noto paragrafo della costituzione liturgica sulla presenza di Cristo (n 7) con la sola aggiunta “È presente nella sua parola, giacché e Lui che parla quando nella Chiesa si legge la Sacra Scrittura”; in precedenza indica Cristo quale “Mediatore tra Dio e gli uomini” e “pienezza del culto divino” (n 5).
L’enciclica ha potuto così definire la liturgia “il culto integrale del Corpo mistico di Gesù Cristo, cioè del Capo e delle sue membra”. La liturgia serve ad elevare sempre più l’anima verso Dio, a con-sacrarla: “così il sacerdozio di Gesù Cristo è sempre in atto nella successione dei tempi, non essendo altro la liturgia che l’esercizio di questo sacerdozio” (I, 1). Il sacerdote, vescovo e presbitero, sa che vi partecipa intimamente lui stesso e che - sacerdozio indica il sacro - deve aiutare l’uomo a salire sempre di più verso Dio Padre, fonte della santità; ne sono strumento efficace i riti del culto sacramentale, azioni liturgiche reiterate secondo un ordine, come un esercizio ginnico per lo spirito. È la ragione per cui “tutto il complesso del culto che la Chiesa rende a Dio deve essere interno ed esterno. È esterno perché lo richiede la natura dell’uomo composto di anima e di corpo; perché Dio ha disposto che “conoscendolo per mezzo delle cose visibili, siamo attratti all’amore delle cose invisibili” (Messale romano, prefazio del Natale)” (I, 2). Il culto non riguarda solo il singolo ma anche l’umanità; in esso si manifesta in special modo l’unità del Corpo mistico che è la Chiesa. “Ma l’elemento essenziale del culto deve essere quello interno; è necessario difatti vivere sempre nel Cristo, tutto a Lui dedicarsi affinché in Lui, con Lui e per Lui si dia gloria al Padre. La sacra liturgia richiede che questi due elementi siano intimamente congiunti (…) Diversamente, la religione diventa un formalismo senza fondamento e senza contenuto (…) il Divino Maestro stima indegni del sacro tempio ed espelle coloro i quali credono di onorare Dio soltanto col suono di ben costrutte parole e con pose teatrali, e son persuasi di poter benissimo provvedere alla loro salvezza eterna senza sradicare dall’anima i vizi inveterati (cfr Marco, 7, 6; Isaia, 29, 13)” (I, 2).
L’enciclica, secondo la dottrina classica dell’ex opere operato e dell’ex opere operantis Ecclesiae, ricorda “che il culto reso a Dio dalla Chiesa in unione col suo Capo divino ha la massima efficacia di santificazione” nella messa e nei sacramenti. Mette in guardia così dalle teorie sulla “pietà oggettiva” che portano a trascurare la “pietà soggettiva” o personale. Tali teorie rivivono oggi nell’idea che la “partecipazione comunitaria” alla liturgia sia esclusiva. Invece, l’efficacia oggettiva della liturgia esige le buone disposizioni nell’anima del fedele come del prete, non solo durante ma anche in preparazione ad essa. L’enciclica perciò richiama, in specie dinanzi all’eucaristia, il paolino “Ciascuno esamini se stesso”. Così, viene ricordato l’atteggiamento giusto per partecipare alla liturgia: “La genuina pietà, che l’Angelico chiama “‘devozione” e che è l’atto principale della virtù della religione col quale gli uomini si ordinano rettamente, si orientano opportunamente verso Dio, e liberamente si dedicano al culto” (cfr san Tommaso, Summa Theol. II.a IIae, q. 82 a. 1). Per questo bisogna “sottomettere i nostri sensi e le loro facoltà alla ragione illuminata dalla fede”; per farlo “è necessario tener presente l’insegnamento: “Voi siete di Cristo e Cristo è di Dio” (cfr 1 Corinzi, 3, 23)”. La vera pietà o devozione, necessaria alla liturgia, discende dall’appartenenza a Cristo e mediante lui a Dio. La coscienza di appartenere al Signore fa sì che il culto operi incessantemente “finché il Cristo non sia formato in noi (cfr Galati, 4, 19)” (I, 2).
Sulla corrispondenza tra la lex orandi e quella della fede deve vigilare la gerarchia ecclesiastica, perché il culto che la Chiesa rende a Dio è “una continua professione di fede cattolica e un esercizio della speranza e della carità” (I, 2).

                                                        Manifestazione della Chiesa

Pio XII, riallacciandosi alla costituzione Divini cultus del suo predecessore Pio XI, osserva che la gerarchia ecclesiastica “non dubitò, salva la sostanza del sacrificio eucaristico e dei sacramenti, di mutare ciò che non riteneva adatto, aggiungere ciò che meglio sembrava contribuire all’onore di Gesù Cristo e della augusta Trinità, all’istruzione e a stimolo salutare del popolo cristiano” (I, 4). La liturgia infatti è composta di elementi divini e umani: “Di qui viene che talvolta sono richiamate nell’uso e rinnovate pie istituzioni obliterate nel tempo” (I, 4). È il criterio che guiderà il Papa nel restauro dell’Ordo della Settimana Santa, rimettendo in uso le tradizioni antiche e che sarà recepito dalla costituzione conciliare (cfr Sacrosanctum Concilium, n. 50). Papa Paolo VI riusciva ad applicarlo ancora nell’edizione del messale romano del 1965, quando preservava la messa antica, alleggerendola da duplicati tardivi. Esso ritorna in auge col Motu proprio di Benedetto XVI.
Quel criterio, secondo la Mediator Dei, presiede all’evoluzione dei riti, ma senza cadere nell’archeologismo: “La Liturgia dell’epoca antica è senza dubbio degna di venerazione, ma un antico uso non è, a motivo soltanto della sua antichità, il migliore (…) Anche i riti liturgici più recenti sono rispettabili, poiché sono sorti per influsso dello Spirito Santo” (I, 5). La riforma liturgica - secondo Pio XII - risulta dunque dalla necessità delle cose, perché la liturgia stessa è una forma che continuamente tende a ri-formarsi nel senso dello sviluppo organico. Gli abusi non possono metterla in dubbio; perciò egli rammenta che “per tutelare la santità del culto contro gli abusi” esiste la Congregazione dei Riti. La liturgia è manifestazione della Chiesa corpo e Capo, organismo che produce energie sempre nuove pur conservando la sua forma fondamentale. Tutto questo sarà ribadito dalla costituzione liturgica (cfr n. 21).
Ma Pio XII ricorda anche che allo sviluppo della liturgia ha contribuito notevolmente la pietà del popolo, cioè la partecipazione “agli stessi sentimenti che furono di Cristo Gesù”. Quanti hanno scritto che prima del concilio la liturgia non favoriva la partecipazione e che col concilio si è restituita la liturgia al popolo! Invece, nella seconda parte l’enciclica tocca il culto eucaristico e al suo interno quello della partecipazione dei fedeli “non con una assistenza passiva, negligente e distratta ma con tale impegno e fervore da porsi in intimo contatto col Sommo sacerdote, come dice l’Apostolo: “Abbiate in voi gli stessi sentimenti che furono di Cristo Gesù” (Filippesi, 2, 5), offrendo con Lui e per Lui, santificandosi con Lui” (II, 2). Si può pensare che la partecipazione alla liturgia auspicata dal concilio dovrebbe prescindere da ciò? Cosa sarebbe se non esigesse “di riprodurre in sé, per quanto è in potere dell’uomo, lo stesso stato d’animo che aveva il Divin redentore quando faceva il sacrificio di sé: l’umile sottomissione dello spirito, cioè l’adorazione, l’onore, la lode, il ringraziamento alla somma Maestà di Dio (…) Esige in una parola, la nostra mistica morte in Croce col Cristo” (II, 2)? Il concilio ha mutato qualcosa in proposito?
Il culmine della partecipazione dei fedeli - secondo Pio XII - è offrire il sacrificio eucaristico insieme al sacerdote, in quanto devono offrire se stessi come vittime, e cita in tal senso la lettera ai Romani: “Vi scongiuro, dunque, o fratelli…di offrire i vostri corpi come vittima viva, santa, a Dio gradevole, come vostro culto razionale” (12, 1). A questo punto, ricorda l’enciclica, si può dire dei fedeli quanto dice il Canone romano: “ti è conosciuta la fede e nota la devozione” (II, 2). Anche san Leone Magno nel V secolo, si domandava: “Non è forse funzione sacerdotale consacrare al Signore una coscienza pura e offrirgli sull’altare del cuore i sacrifici immacolati del nostro culto?” (Discorsi, 4, 2).
Così la liturgia aiuta il fedele ad attuare quanto dice l’Apostolo: “Sono confitto con Cristo in croce, e vivo non già più io, ma è Cristo che vive in me” (Galati, 2, 19-20). Poteva il concilio sul tema della partecipazione intendere altro? L’enciclica tratta pure dei mezzi per promuoverla: dalle risposte al sacerdote ai canti. Tuttavia il prendere parte esteriore non vale quanto la coscienza di essere parte del Corpo di Cristo, che è il senso vero della partecipazione alla liturgia. La partecipazione dei fedeli mira “a che la loro vita si arricchisca e cresca ogni giorno più la gloria del Padre celeste” (II, 2). Allora essa non vuol dire innanzitutto che tutti possano “fare qualcosa” ma che vi sono prima altre modalità più profonde, quali il silenzio, la riverenza al mistero, l’attenzione ai segni.
La partecipazione è inscindibile dalla pietà perché il culto cristiano deve contribuire alla santificazione dei fedeli; i riti della liturgia hanno la funzione mistagogica di realizzare l’unione dei fedeli con Dio, la loro “divinizzazione”. Per questo, con grande intuito pastorale, il Papa mira a renderli più intelligibili: in che senso? Assicurando la partecipazione “agevole e fruttuosa”, che culmini nella comunione sacramentale e mistica col Signore. Pio XII interverrà ancora (1957) per precisare il dovere di una partecipazione attiva e cosciente dei fedeli. La natura della liturgia richiede la partecipazione dei fedeli. Su tale tema della Mediator Dei farà quasi da contrappunto la Sacrosanctum Concilium (in specie n. 14; cfr anche n. 11.19.21.26-31.48.50.114.124), declinandolo nel primato della parola di Dio nella liturgia, nell’uso della lingua locale nei riti affiancando il latino, nell’adattamento legittimo per favorire i fedeli provenienti da culture diverse, salva la sostanziale unità del rito romano.
Non tratteremo di quanto dice l’enciclica della comunione eucaristica, se non per sottolineare l’importanza della preparazione ad essa e del ringraziamento, in quanto “per mezzo del sacramento dell’Eucaristia, Cristo dimora in noi, e noi dimoriamo in Cristo; e come Cristo rimanendo in noi vive ed opera, così è necessario che noi rimanendo in Cristo, per Lui viviamo e operiamo” (II, 3). Così comincia l’adorazione di Cristo nei nostri cuori: in essa la partecipazione dei fedeli raggiunge il suo culmine mentre la stessa liturgia manifesta il suo fine (cfr II, 4).
La propositio numero 6 del Sinodo sull’Eucaristia del 2005, riconosce che l’adorazione “scaturisce dall’azione eucaristica - che in se stessa è il più grande atto d’adorazione della Chiesa, che abilita i fedeli a partecipare pienamente, consapevolmente, attivamente e fruttuosamente al sacrificio di Cristo secondo il desiderio del Concilio Vaticano II - e ad essa riconduce”. Il collegamento tra celebrazione ed adorazione è stato rilanciato da Papa Benedetto XVI nel discorso alla Curia romana del 22 dicembre 2005: “Nel periodo della riforma liturgica spesso la Messa considerata come Cena eucaristica e l’adorazione del SS.mo Sacramento erano viste come in contrasto tra loro: il Pane eucaristico non ci sarebbe stato dato per esser contemplato, ma per essere mangiato, secondo un’obiezione allora diffusa. Nell’esperienza di preghiera della Chiesa si è ormai manifestata la mancanza di senso di tale contrapposizione. Già Agostino aveva detto: “nemo autem illum carnem manducat, nisi prius adoraverit…peccemus non adorando - Nessuno mangia questa carne senza prima adorarla; peccheremmo se non la adorassimo” (cfr Enarrationes in Psalmos, 98, 9 CCL XXXIX 1385). Di fatto, non è che nell’Eucaristia riceviamo semplicemente una qualche cosa. Essa è l’incontro e l’unificazione di persone; la persona, però, che ci viene incontro e desidera unirsi a noi è il Figlio di Dio. Una tale unificazione può soltanto realizzarsi secondo le modalità dell’adorazione. Ricevere l’Eucaristia significa adorare Colui che riceviamo. Proprio così e soltanto così diventiamo una sola cosa con Lui (…) E proprio in questo atto personale di incontro col Signore matura anche la missione sociale che nell’Eucaristia è racchiusa e che vuole rompere le barriere non solo tra il Signore e noi, ma anche e soprattutto le barriere che ci separano gli uni dagli altri”.
Questa lunga citazione non è una digressione, in quanto contiene la frase di sant’Agostino che si trova pure nella Mediator Dei all’interno del paragrafo sull’adorazione eucaristica (II, 4), segno che non c’è discontinuità tra il magistero di Pio XII e quello della Chiesa odierna.
L’adorazione richiama la necessità delle disposizioni per ricevere Cristo con la dovuta riverenza, e in particolare che l’Eucaristia è ad un tempo sacrificio e sacramento. Anche per questo la Chiesa sin dall’antichità non ha mai considerato conflittuale la presenza della custodia eucaristica sull’altare della celebrazione.

La centralità di Cristo

L’enciclica tratta nella terza parte dell’ufficio divino e dell’anno liturgico, movendo dal principio che l’ideale della vita cristiana è nell’unione intima con Dio la quale può avvenire solo “”per il Signore nostro Gesù Cristo”, che, mediatore tra noi e Dio, mostra al Padre celeste le sue stimmate gloriose, “sempre vivente per intercedere per noi” (Ebrei, 7, 25)” (III, 1). Si raccomanda ai fedeli la recita dei salmi e la partecipazione attiva alla recita del vespro domenicale e festivo. Quanto all’anno liturgico si ricorda che ha al centro la “persona di Gesù Cristo (…) il nostro salvatore nei misteri di umiliazione, di redenzione e di trionfo. Rievocando questi misteri di Gesù Cristo la sacra liturgia mira a farvi partecipare tutti i credenti in modo che il Divin capo del Corpo mistico viva nella pienezza della sua santità nelle singole membra” (III, 2). In tale contesto il Papa non manca di stigmatizzare “quanto siano lontani dal vero e genuino concetto di liturgia quegli scrittori moderni i quali, ingannati da una pretesa più alta disciplina mistica, osano affermare che non ci si deve concentrare sul Cristo storico, ma sul Cristo “pneumatico e glorificato”; e non dubitano di asserire che nella pietà dei fedeli si sarebbe verificato un mutamento, per cui il Cristo è stato quasi detronizzato, con l’occultamento del Cristo glorificato che vive e regna nei secoli dei secoli e siede alla destra del Padre, mentre al suo posto è subentrato il Cristo della vita terrena. Alcuni, perciò, arrivano a rimuovere dalle chiese le immagini del Divin redentore che soffre in Croce. Ma queste false opinioni sono del tutto contrarie alla sacra dottrina tradizionale. “Credi nel Cristo nato nella carne - così sant’Agostino - e arriverai al Cristo nato da Dio, presso Dio” (Enarrationes in Psalmos, 123, n. 2). La sacra Liturgia, poi, si propone tutto il Cristo, nei vari aspetti della sua vita” (III, 2), come ancora fa la liturgia orientale. È il perdurare dei misteri di Cristo nel mistero della Chiesa, con la Vergine e i santi (cfr III, 3).
La quarta parte dell’enciclica è dedicata alle direttive pastorali: dalla raccomandazione delle forme di pietà quali l’esame di coscienza, alle quali “non può essere estranea l’ispirazione e l’azione dello Spirito Santo” (IV, 1), a quella di evitare “che le preghiere liturgiche si riducano a un vano ritualismo”. Se ne parla ancora, ma siamo fuori tempo massimo, perché è il secolarismo ad insidiare oggi il culto cristiano. Il vero fine da raggiungere resta quello di “essere santi e immacolati al suo cospetto” (Efesini, 1, 4). Così si promuoverà lo spirito e l’apostolato liturgico affinché, come aveva detto Pio X nel Motu proprio Tra le sollecitudini, nella liturgia risplendano “tre ornamenti”: “la santità, cioè, che aborre ogni influenza profana; la nobiltà delle immagini e delle forme alla quale serve ogni arte genuina e migliore; l’universalità, infine, la quale, conservando i legittimi costumi e le legittime consuetudini regionali, esprime la cattolica unità della Chiesa” (IV, 2). E non manca di deplorare quanti moltiplicano senza giusto motivo le immagini, espongono reliquie non autentiche e altri abusi.
Sulle orme dei suoi predecessori Pio X e Pio XI, Pio XII esorta a promuovere la musica sacra e il canto gregoriano anche nell’uso del popolo, le scholae cantorum, le risposte alle preghiere in latino e in volgare, senza escludere la musica e il canto moderno, purché conveniente alla santità del luogo e all’azione sacra e senza ricercare effetti straordinari e insoliti, infine il canto religioso popolare. In merito all’arte sacra raccomanda di evitare “con saggio equilibrio l’eccessivo realismo da una parte e l’esagerato simbolismo dall’altra, e tenendo conto delle esigenze della comunità cristiana, piuttosto che del giudizio e del gusto personale degli artisti” e come “assolutamente necessario dar libero campo anche all’arte moderna, se serve, con la dovuta riverenza e il dovuto onore, ai sacri edifici e ai riti sacri; in modo che anch’essa possa unire la sua voce al mirabile cantico di gloria che i geni hanno cantato nei secoli passati alla fede cattolica” (IV, 2). Questa raccomandazione, particolarmente urgente nel momento in cui ci si accingeva a restaurare o riedificare gli edifici di culto distrutti dalla guerra, fu raccolta poi da Paolo VI e resta attuale.
A essa Pio XII univa la preoccupazione per la formazione del clero e dei laici che servivano all’altare, perciò rinviava al tesoro contenuto nella sacra liturgia atta a formare il pensiero e l’azione dei cristiani nel mondo, senza separarla dalla spiritualità. Da ultimo egli ricorda che la liturgia sulla terra è preparazione e auspicio di quella celeste, dove “in compagnia con la eccelsa Madre di Dio e dolcissima Madre nostra, canteremo: “A Colui che siede sul trono e all’Agnello, benedizione e onore e potenza nei secoli dei secoli” (Apocalisse, 5, 13)” (IV, 2).
Nella sacra liturgia non si misura né il tempo, né lo splendore, né la cera, né l’incenso, perché nulla è più importante dell’opus Dei che essa stessa è, e che ne fa l’anticipo del paradiso. Itinerario dal sensibile allo spirituale, orienta alla Gerusalemme di lassù, dove Cristo è il Signore e attende noi pellegrinanti verso il cielo. La liturgia terrena si svolge in un tempio manufatto e avrà fine; mentre nell’eterna Gerusalemme “il suo tempio è il Signore Dio onnipotente e l’Agnello” (Apocalisse, 21, 22). La liturgia costituisce un appello permanente a entrare nella città celeste. Per i padri della Chiesa la liturgia è il mistero divino affidato agli uomini, perciò va trattata con le mani velate, come quelle degli angeli bizantini. “E chi non farà questo - ammonisce san Francesco - sappia che deve rendere ragione al Signore nostro Gesù Cristo nel giorno del giudizio” (Epistola al clero, 14).

Nulla veramente cambia della dottrina tradizionale

Annotavamo all’inizio, che la causa remota dell’opposizione al rito romano antico è altra. In non pochi interventi contrari al Motu proprio si avanza la tesi di non potersi riconoscere nella Chiesa espressa dal messale di san Pio V, malgrado abbia conosciuto ancora una riedizione col beato Giovanni XXIII e con esso si sia celebrato durante il concilio ecumenico Vaticano II; ora, come combinarla con l’affermazione fatta da Paolo VI durante l’assise: “nulla veramente cambia della dottrina tradizionale. Ciò che Cristo volle, vogliamo noi pure. Ciò che era resta. Ciò che la Chiesa per secoli insegnò, noi insegniamo parimenti”? Poiché nella sacra liturgia si manifesta la Chiesa una e cattolica, santa ed apostolica che è la medesima in tutti i tempi, sembra che i suddetti interventi tradiscano un’idea di Chiesa differente da quella che il concilio ha definito nella costituzione dogmatica Lumen gentium e che sottostà alla Sacrosantum Concilium. Quest’ultima, come abbiamo mostrato, si deve alla preparazione condotta dall’opera riformatrice di Pio XII e ancor prima alla sua riflessione sulla Chiesa come corpo mistico di Cristo nell’enciclica Mystici corporis a sua volta recepita nella Lumen gentium.
La dottrina della Chiesa quale corpo unito a Cristo e quella del culto integrale, cioè dell’intero corpo di Cristo, capo e membra, sono inscindibili: merito dell’enciclica Mediator Dei che su tale solida base ha avviato un equilibrata riforma della liturgia.

(©L’Osservatore Romano - 18 novembre 2007)

MOTU PROPRIO

Author : admin - Comments : Comments Off - Dicembre 29th, 2007 - RSS feed

Lettera Apostolica data in forma di Motu Proprio 
 “ Summorum Pontificum cura
di Benedetto XVI
sull’uso della liturgia romana anteriore
alla riforma del 1970

I Sommi Pontefici fino ai nostri giorni ebbero costantemente cura che la Chiesa di Cristo offrisse alla Divina Maestà un culto degno, “a lode e gloria del Suo nome” ed “ad utilità di tutta la sua Santa Chiesa”. 

Da tempo immemorabile, come anche per l’avvenire, è necessario mantenere il principio secondo il quale “ogni Chiesa particolare deve concordare con la Chiesa universale, non solo quanto alla dottrina della fede e ai segni sacramentali, ma anche quanto agli usi universalmente accettati dalla ininterrotta tradizione apostolica, che devono essere osservati non solo per evitare errori, ma anche per trasmettere l’integrità della fede, perché la legge della preghiera della Chiesa corrisponde alla sua legge di fede” (1).

Tra i Pontefici che ebbero tale doverosa cura eccelle il nome di San Gregorio Magno, il quale si adoperò perché ai nuovi popoli dell’Europa si trasmettesse sia la fede cattolica che i tesori del culto e della cultura accumulati dai Romani nei secoli precedenti. Egli comandò che fosse definita e conservata la forma della sacra Liturgia, riguardante sia il Sacrificio della Messa sia l’Ufficio Divino, nel modo in cui si celebrava nell’Urbe. Promosse con massima cura la diffusione dei monaci e delle monache, che operando sotto la regola di San Benedetto, dovunque unitamente all’annuncio del Vangelo illustrarono con la loro vita la salutare massima della Regola: “Nulla venga preposto all”opera di Dio” (cap. 43). In tal modo la sacra Liturgia celebrata secondo l”uso romano arricchì non solo la fede e la pietà, ma anche la cultura di molte popolazioni. Consta infatti che la liturgia latina della Chiesa nelle varie sue forme, in ogni secolo dell’età cristiana, ha spronato nella vita spirituale numerosi Santi e ha rafforzato tanti popoli nella virtù di religione e ha fecondato la loro pietà. 

Molti altri Romani Pontefici, nel corso dei secoli, mostrarono particolare sollecitudine a che la sacra Liturgia espletasse in modo più efficace questo compito: tra essi spicca S. Pio V, il quale sorretto da grande zelo pastorale, a seguito dell’esortazione del Concilio di Trento, rinnovò tutto il culto della Chiesa, curò l’edizione dei libri liturgici, emendati e “rinnovati secondo la norma dei Padri” e li diede in uso alla Chiesa latina. 

Tra i libri liturgici del Rito romano risalta il Messale Romano, che si sviluppò nella città di Roma, e col passare dei secoli a poco a poco prese forme che hanno grande somiglianza con quella vigente nei tempi più recenti. 

” Fu questo il medesimo obbiettivo che seguirono i Romani Pontefici nel corso dei secoli seguenti assicurando l’aggiornamento o definendo i riti e i libri liturgici, e poi, all’inizio di questo secolo, intraprendendo una riforma generale “ (2). Così agirono i nostri Predecessori Clemente VIII, Urbano VIII, San Pio X (3), Benedetto XV, Pio XII e il B. Giovanni XXIII.

Nei tempi più recenti, il Concilio Vaticano II espresse il desiderio che la dovuta rispettosa riverenza nei confronti del culto divino venisse ancora rinnovata e fosse adattata alle necessità della nostra età. Mosso da questo desiderio, il nostro Predecessore, il Sommo Pontefice Paolo VI, nel 1970 per la Chiesa latina approvò i libri liturgici riformati e in parte rinnovati. Essi, tradotti nelle varie lingue del mondo, di buon grado furono accolti da Vescovi, sacerdoti e fedeli. Giovanni Paolo II rivide la terza edizione tipica del Messale Romano. Così i Romani Pontefici hanno operato “perché questa sorta di edificio liturgico […] apparisse nuovamente splendido per dignità e armonia” (4).

Ma in talune regioni non pochi fedeli aderirono e continuano ad aderire con tanto amore ed affetto alle antecedenti forme liturgiche, le quali avevano imbevuto così profondamente la loro cultura e il loro spirito, che il Sommo Pontefice Giovanni Paolo II, mosso dalla cura pastorale nei confronti di questi fedeli, nell’anno 1984 con lo speciale indulto “Quattuor abhinc annos”, emesso dalla Congregazione per il Culto Divino, concesse la facoltà di usare il Messale Romano edito dal Beato Giovanni XXIII nell’anno 1962; nell”anno 1988 poi Giovanni Paolo II di nuovo con la Lettera Apostolica “Ecclesia Dei”, data in forma di Motu proprio, esortò i Vescovi ad usare largamente e generosamente tale facoltà in favore di tutti i fedeli che lo richiedessero. 

A seguito delle insistenti preghiere di questi fedeli, a lungo soppesate già dal Nostro Predecessore Giovanni Paolo II, e dopo aver ascoltato Noi stessi i Padri Cardinali nel Concistoro tenuto il 22 marzo 2006, avendo riflettuto approfonditamente su ogni aspetto della questione, dopo aver invocato lo Spirito Santo e contando sull’aiuto di Dio, con la presente Lettera Apostolica stabiliamo quanto segue: 


Art. 1. Il Messale Romano promulgato da Paolo VI è la espressione ordinaria della “lex orandi” (“legge della preghiera”) della Chiesa cattolica di rito latino. Tuttavia il Messale Romano promulgato da San Pio V e nuovamente edito dal B. Giovanni XXIII deve essere considerato come espressione straordinaria della stessa “lex orandi” e deve essere tenuto nel debito onore per il suo uso venerabile e antico. Queste due espressioni della “lex orandi” della Chiesa non porteranno in alcun modo a una divisione nella “lex credendi” (“legge della fede”) della Chiesa; sono infatti due usi dell’unico rito romano.

Perciò è lecito celebrare il Sacrificio della Messa secondo l’edizione tipica del Messale Romano promulgato dal B. Giovanni XXIII nel 1962 e mai abrogato, come forma straordinaria della Liturgia della Chiesa. Le condizioni per l’uso di questo Messale stabilite dai documenti anteriori “Quattuor abhinc annos” e “Ecclesia Dei”, vengono sostituite come segue:


Art. 2. Nelle Messe celebrate senza il popolo, ogni sacerdote cattolico di rito latino, sia secolare sia religioso, può usare o il Messale Romano edito dal beato Papa Giovanni XXIII nel 1962, oppure il Messale Romano promulgato dal Papa Paolo VI nel 1970, e ciò in qualsiasi giorno, eccettuato il Triduo Sacro [dalla Messa in Cena Domini alla Veglia Pasquale inclusa]. Per tale celebrazione secondo l’uno o l’altro Messale il sacerdote non ha bisogno di alcun permesso, né della Sede Apostolica, né del suo Ordinario.


Art. 3. Le comunità degli Istituti di vita consacrata e delle Società di vita apostolica, di diritto sia pontificio sia diocesano, che nella celebrazione conventuale o “comunitaria” nei propri oratori desiderano celebrare la Santa Messa secondo l’edizione del Messale Romano promulgato nel 1962, possono farlo. Se una singola comunità o un intero Istituto o Società vuole compiere tali celebrazioni spesso o abitualmente o permanentemente, la cosa deve essere decisa dai Superiori maggiori a norma del diritto e secondo le leggi e gli statuti particolari.


Art. 4. Alle celebrazioni della Santa Messa di cui sopra all’art. 2, possono essere ammessi ? osservate le norme del diritto ? anche i fedeli che lo chiedessero di loro spontanea volontà.


Art. 5.
§ 1. Nelle parrocchie, in cui esiste stabilmente un gruppo di fedeli aderenti alla precedente tradizione liturgica, il parroco accolga volentieri le loro richieste per la celebrazione della Santa Messa secondo il rito del Messale Romano edito nel 1962. Provveda a che il bene di questi fedeli si armonizzi con la cura pastorale ordinaria della parrocchia, sotto la guida del Vescovo a norma del can. 392, evitando la discordia e favorendo l’unità di tutta la Chiesa.

§ 2. La celebrazione secondo il Messale del B. Giovanni XXIII può aver luogo nei giorni feriali; nelle domeniche e nelle festività si può anche avere una celebrazione di tal genere.

§ 3. Per i fedeli e i sacerdoti che lo chiedono, il parroco permetta le celebrazioni in questa forma straordinaria anche in circostanze particolari, come matrimoni, esequie o celebrazioni occasionali, ad esempio pellegrinaggi.

§ 4. I sacerdoti che usano il Messale del B. Giovanni XXIII devono essere idonei e non giuridicamente impediti.

§ 5. Nelle chiese che non sono parrocchiali né conventuali, è compito del Rettore della chiesa concedere la licenza di cui sopra.


Art. 6. Nelle Messe celebrate con il popolo secondo il Messale del B. Giovanni XXIII, le letture possono essere proclamate anche nella lingua volgare, usando le edizioni riconosciute dalla Sede Apostolica.


Art. 7. Se un gruppo di fedeli laici fra quelli di cui all’art. 5 § 1 non abbia ottenuto soddisfazione alle sue richieste da parte del parroco, ne informi il Vescovo diocesano. Il Vescovo è vivamente pregato di esaudire il loro desiderio. Se egli non può provvedere per tale celebrazione, la cosa venga riferita alla Pontificia Commissione “Ecclesia Dei”.


Art. 8. Il vescovo che vuole soddisfare a tali richieste di fedeli laici, ma per varie cause ne è impedito, può affidare la questione alla Pontificia Commissione “Ecclesia Dei”, che gli darà consiglio ed aiuto.


Art. 9
§ 1. Il parroco, dopo aver considerato tutto attentamente, può anche concedere la licenza di usare il rituale più antico nell’amministrazione dei sacramenti del Battesimo, del Matrimonio, della Penitenza e dell’Unzione degli Infermi, se questo consiglia il bene delle anime.

§ 2. Agli Ordinari viene concessa la facoltà di celebrare il sacramento della Confermazione usando l’antico Pontificale Romano, qualora questo consigli il bene delle anime.

§ 3. Ai chierici costituiti “in sacris” è lecito usare il Breviario Romano promulgato dal B. Giovanni XXIII nel 1962.


Art. 10. L’Ordinario del luogo, se lo riterrà opportuno, potrà erigere una parrocchia personale a norma del can. 518 per le celebrazioni secondo la forma più antica del rito romano, o nominare un rettore o un cappellano, osservate le norme del diritto.


Art. 11. La Pontificia Commissione “Ecclesia Dei”, eretta da Giovanni Paolo II nel 1988 
(5), continua ad esercitare il suo compito. 
Tale Commissione abbia la forma, i compiti e le norme, che il Romano Pontefice le vorrà attribuire.


Art. 12. La stessa Commissione, oltre alle facoltà di cui già gode, eserciterà l’autorità della Santa Sede, vigilando sulla osservanza e l’applicazione di queste disposizioni.

Tutto ciò che da Noi è stato stabilito con questa Lettera Apostolica data in forma di Motu Proprio, ordiniamo che sia considerato come stabilito e decretato e da osservare dal giorno 14 settembre di quest’anno, festa dell’Esaltazione della Santa Croce, nonostante tutto ciò che possa esservi in contrario.

Dato a Roma, presso San Pietro, il 7 luglio dell’anno del Signore 2007, terzo del nostro Pontificato.

Benedetto XVI

——————

(1) Institutio generalis Missalis Romani, Editio tertia, 2002, 397 (torna al testo)
(
2) Giovanni Paolo II, Lettera Apostolica Vicesimus quintus annus (4.12.1988), 3: AAS 81 (1989), 899. (torna al testo)
(
3) Ibid. (torna al testo)
(
4) Pio X, Lettera Apostolica data in forma di Motu Proprio Abhinc duos annos (23.10.1913): AAS 5 (1913), 449-450; cfr Giovanni Paolo II, Lettera Apostolica Vicesimus quintus annus (4.12.1988), 3: AAS 81 (1989), 899. (torna al testo)
(
5) Cfr. Giovanni Paolo II, Lettera Apostolica data in forma di Motu Proprio Ecclesia Dei (2.7.1988), 6: AAS 80 (1988), 1498. (torna al testo)

Messa latino Civiltà Cattolica

Author : admin - Comments : Comments Off - Dicembre 29th, 2007 - RSS feed

La Santa Messa in LatinoEditoriale de “La Civiltà Cattolica” CITTÀ DEL VATICANO, giovedì, 13 settembre 2007 (ZENIT.org).- Pubblichiamo l’editoriale de “La Civiltà Cattolica”, apparso nel numero del 15 settembre 2007, in cui si analizza la Lettera apostolica Summorum Pontificum del 7 luglio 2007 con la quale Benedetto XVI ha consentito l’uso del Missale Romanum anteriore al Concilio, nell’edizione approvata da Giovanni XXIII nel 1962. In una lettera accompagnatoria il Papa rassicura i “fratelli nell’Episcopato” sull’infondatezza dei timori che il provvedimento potrebbe suscitare. Infatti il Missale Romanum rinnovato da Paolo VI nel 1970 rimane la forma ordinaria della celebrazione eucaristica, mentre il Missale Romanum del 1962 potrà essere usato come forma straordinaria in favore di gruppi di fedeli ancora legati all’uso antico, che ne facciano richiesta. Il documento pontificio, che entrerà in vigore il 14 settembre, Festa dell’Esaltazione della Santa Croce, stabilisce le condizioni relative a tale uso. * * * LA LITURGIA NEL SOLCO DELLA TRADIZIONE Il 7 luglio 2007 è già passato alla storia quale data da cui non potrà prescindere né lo studioso dei riti che si occupa del cammino della riforma liturgica, né il pastore o il semplice fedele che si preoccupano della verità della celebrazione. Con un nuovo documento «sull’uso della liturgia romana anteriore alla riforma effettuata nel 1970», reso pubblico in quella data, Benedetto XVI ha posto fine alle notizie che, seppure incerte, circolavano da tempo e che disponevano gli uni a «un’accettazione gioiosa», gli altri a «un’opposizione dura». È lo stesso Pontefice a non far mistero di questi contrapposti sentimenti nei confronti di «un progetto il cui contenuto in realtà non era conosciuto». Adesso che lo conosciamo, lo vogliamo accogliere «con animo grato e fiducioso», certi che lo spirito della liturgia da tutti ricercato riuscirà a comporre in unità di vedute posizioni per il momento ancora distanti. * * * Prima di esaminare il contenuto del documento che Papa Benedetto presenta quale «frutto di lunghe riflessioni, di molteplici consultazioni e di preghiera», al fine di inquadrarlo nella sua giusta luce, sarà bene dare uno sguardo alla lettera accompagnatoria, dalla quale già abbiamo stralciato le espressioni citate. In essa il Vescovo di Roma, parlando — per così dire — col cuore in mano ai «fratelli nell’episcopato», esamina i due timori che si opponevano più direttamente alla pubblicazione del documento e ad ognuno di questi dà una circostanziata risposta. Il primo timore è «che qui venga intaccata l’autorità del Concilio Vaticano II e che una delle sue decisioni essenziali — la riforma liturgica — venga messa in dubbio». A conferma dell’infondatezza di tale timore il Pontefice opera una distinzione importante, affermando che il Messale di Paolo VI «è e rimane la forma normale — la forma ordinaria — della liturgia eucaristica», mentre invece «l’ultima stesura del Missale Romanum, anteriore al Concilio, che è stata pubblicata con l’autorità di Papa Giovanni XXIII nel 1962 e utilizzata durante il Concilio, potrà, invece, essere usata come forma straordinaria della celebrazione liturgica». Quindi il Pontefice si sofferma sui meriti del Messale del 1962. Precisa che «questo Messale non fu mai giuridicamente abrogato e, di conseguenza, in linea di principio, restò sempre permesso». Ricorda che non pochi sono rimasti «fortemente legati a questo uso del rito romano che, fin dall’infanzia, era per loro diventato familiare», soprattutto «nei Paesi in cui il movimento liturgico aveva donato a molte persone una cospicua formazione liturgica». Tra costoro menziona in particolare coloro che, pur accettando il Vaticano II, «desideravano tuttavia anche ritrovare la forma, a loro cara, della sacra liturgia». Riconosce che in costoro «la fedeltà al Messale antico» si è configurata spesso come una comprensibile reazione «a deformazioni della liturgia al limite del sopportabile». Dopo aver evocato le «deformazioni arbitrarie della liturgia» che purtroppo ci sono state, Benedetto XVI illustra l’opera del suo predecessore Giovanni Paolo II, che intervenne in due riprese. Anzitutto, già nel 1984 egli offrì ai vescovi diocesani, tramite la lettera Quattuor abhinc annos della Congregazione per il Culto Divino (cfr AAS 76 [1984] 1.088 s), la possibilità di concedere a quei sacerdoti che ne avessero fatto richiesta un indulto in favore del Messale del 1962. Quindi (cfr ivi, 80 [1988] 1.495-1.498) istituì con il motuproprio Ecclesia Dei adflicta del 2 luglio 1988 un’apposita Commissione, composta da un cardinale presidente e da altri membri della Curia romana, con lo scopo di facilitare la piena comunione di tutti coloro che si sentivano legati al Messale del 1962. Il motu proprio Summorum Pontificum si propone dunque di aggiornare e regolamentare quanto era stato avviato dai due provvedimenti anteriori, fra l’altro anche per «liberare i vescovi dal dover sempre di nuovo valutare come sia da rispondere alle diverse situazioni». Il secondo timore era «che una più ampia possibilità dell’uso del Messale del 1962 avrebbe portato a disordini o addirittura a spaccature nelle comunità parrocchiali». Ma si tratta di un timore non realmente fondato. Infatti le condizioni presupposte per il suo utilizzo, vale a dire «una certa misura di formazione liturgica e un accesso alla lingua latina», fanno sì che il numero dei fedeli che faranno ricorso al Messale antico resti pur sempre esiguo rispetto a quanti continueranno a utilizzare il nuovo Messale. Dopo aver rassicurato i destinatari della lettera, cioè i vescovi, circa l’infondatezza dei due timori, Benedetto XVI accenna a un possibile e vicendevole arricchimento tra «le due forme dell’uso del rito romano», in quanto l’una non potrà prescindere dall’altra. Se il Messale antico potrà e dovrà recepire dal nuovo, oltre all’inserimento dei nuovi santi e di alcuni nuovi prefazi, opportuni stimoli per una necessaria messa a punto delle «possibilità pratiche», cioè dell’assetto rubricale, d’altra parte nell’utilizzo del nuovo Messale «potrà manifestarsi, in maniera più forte di quanto non lo è spesso finora, quella sacralità che attrae molti all’antico uso». Nel concludere la lettera accompagnatoria, il Pontefice precisa che la ragione positiva che lo «ha motivato ad aggiornare mediante questo motuproprio quello del 1988» è il desiderio di «giungere a una riconciliazione interna nel seno della Chiesa». Citando un testo paolino e facendo sua la franchezza con cui l’Apostolo contrappone al suo «cuore aperto» i «cuori stretti» dei corinzi (cfr 2 Cor 6,11-13), il Papa invita tutti ad aprire generosamente il cuore, per lasciar entrare, insieme alla convinzione che anche la liturgia cresce e progredisce, quella percezione del sacro dalla quale la liturgia stessa non può prescindere. Il messaggio è chiaro: se gli uni «non possono, in linea di principio, escludere la celebrazione secondo i libri nuovi», gli altri devono preoccuparsi di «conservare le ricchezze che sono cresciute nella fede e nella preghiera della Chiesa, e di dar loro il giusto posto». Consapevole delle conseguenze liturgico-pastorali che potrà avere questo suo personale intervento, il Pontefice così si rivolge ai vescovi: «In conclusione, cari confratelli, mi sta a cuore sottolineare che queste nuove norme non diminuiscono in nessun modo la vostra autorità e responsabilità, né sulla liturgia né sulla pastorale dei vostri fedeli […]. Inoltre, vi invito […] a scrivere alla Santa Sede un resoconto sulle vostre esperienze, tre anni dopo l’entrata in vigore di questo motuproprio. Se veramente fossero venute alla luce serie difficoltà, potranno essere cercate vie per trovare rimedio». * * * Mentre la lettera accompagnatoria, grazie allo stile piano e trasparente con cui il Pontefice comunica le sue preoccupazioni di pastore supremo, favorisce una comprensione immediata, la parte giuridica del documento vero e proprio invece richiede un’analisi attenta del testo che dovrà essere letto «prouti iacet», e possibilmente nell’originale latino. La prima parte del documento prende le mosse dal noto assioma patristico che regola il rapporto tra lex orandi e lex credendi. Letto nel contesto originario e nella formulazione peraltro sospesa dell’argomentazione di Prospero di Aquitania († 455) in favore della necessità della grazia, così suona l’assioma: «[…] affinché la normativa della preghiera determini la normativa della fede ([…] ut legem credendi lex statuat supplicandi)» (Denz.-Schönm. 246). Si può tuttavia notare che nel motuproprio, sulla base di una citazione tratta dalla Institutio generalis Missalis Romani e proveniente a sua volta dall’istruzione Varietates legitimæ (cfr AAS 87 [1995] 298 s) l’assioma è invertito. Vi leggiamo: «Da tempo immemorabile, come pure per l’avvenire, si deve osservare il principio “per cui ogni Chiesa particolare deve concordare con la Chiesa universale non solo quanto alla dottrina della fede e ai segni sacramentali, ma anche quanto agli usi universalmente accettati dalla ininterrotta tradizione apostolica, che devono essere osservati non solo per evitare errori, ma anche per trasmettere l’integrità della fede, perché la lex orandi della Chiesa corrisponde (respondet) alla sua lex credendi”» (Missale Romanum 20023, Institutio generalis, n. 397). Il rovesciamento qui operato è senz’altro legittimo, sia perché già lo si incontra nell’enciclica Mediator Dei di Pio XII (cfr AAS 39 [1947] 541), sia perché tra le due leges che presiedono al depositum fidei c’è sincronia e sintonia perfetta, né potrebbe l’una contrapporsi all’altra. Nel documento, il Pontefice prosegue menzionando alcuni suoi Predecessori, particolarmente legati alla storia e agli sviluppi del Messale romano: san Gregorio Magno († 604), che si prodigò per arricchire la liturgia; san Pio V († 1572), che promosse l’edizione dei libri liturgici e principalmente del Messale emendato ad normam Patrum; Clemente VIII († 1605) e Urbano VIII († 1644), che ne curarono importanti revisioni; san Pio X († 1914), che tanto si impegnò per ripulire l’edificio liturgico «dallo squallore dell’invecchiamento» (AAS 5 [1913] 449 s); Benedetto XV († 1922), che pubblicò l’edizione rivista dal suo Predecessore; Pio XII († 1958), che volle il rinnovamento della veglia pasquale e della Settimana santa; il beato Giovanni XXIII († 1963), che ebbe il privilegio di aggiornare l’ultima edizione del Messale tridentino; Paolo VI († 1978), che seguì personalmente la riforma del Messale, nonché degli altri libri liturgici voluta dal Concilio; e infine Giovanni Paolo II († 2005), che ha legato il suo nome alla terza edizione tipica del Messale conciliare. * * * Dopo questa carrellata di Pontefici benemeriti e dopo un breve cenno ai problemi sollevati da parte di «non pochi fedeli» rimasti affezionati all’antico Messale e il ricordo degli interventi del suo immediato Predecessore in loro favore, Benedetto XVI affida la nuova normativa a una sequenza di dodici articoli. Li possiamo riassumere in maniera discorsiva nel modo seguente. Esistono due soli usi del rito romano: la «forma ordinaria (ordinaria expressio)» con il Messale del 19701-20023 e la «forma straordinaria (extraordinaria expressio)» con il Messale del 1962 (art. 1). Nelle Messe senza concorso di popolo, ogni sacerdote di rito latino può usare liberamente il Messale del 1962 (art. 2). La precisazione «il sacerdote non ha bisogno di nessun permesso, né della Sede Apostolica né del suo ordinario» esprime un reale mutamento rispetto alla normativa in vigore dal 1984. Allora si trattava di un «indulto», cioè di una concessione fatta — a titolo di deroga «indulgente» alla norma — dal vescovo diocesano a singoli sacerdoti e ai rispettivi fedeli, previa ammissione della legittimità ed esattezza dottrinale del Messale di Paolo VI. Ciò che prima era concessione, adesso è norma. L’uso del Messale del 1962 non è però consentito «nel Triduo sacro», perché in quei giorni la liturgia, da celebrarsi «cum fidelium frequentia» (Missale Romanum 20023, p. 298, sub 3), deve restare unica in una medesima chiesa. A queste celebrazioni possono essere ammessi anche quei fedeli che spontaneamente lo chiedono (art. 4). Con lo stesso Messale possono celebrare la Messa conventuale o «di comunità» tutte le comunità degli Istituti di vita consacrata e delle Società di vita apostolica (art. 3). Nelle parrocchie in cui esiste «stabilmente (continenter)» un gruppo di fedeli affezionati alla precedente tradizione liturgica, il parroco è pregato di concedere volentieri ai sacerdoti «idonei» l’uso del Messale del 1962, però limitatamente a una sola celebrazione nelle domeniche e nelle feste; nessuna limitazione è invece espressa per le celebrazioni nei giorni feriali, come pure nel caso di matrimoni, esequie o pellegrinaggi (art. 5). La precisazione espressa dall’avverbio «continenter» esclude che la richiesta del «ritus antiquior» possa essere determinata da curiosità per il diverso, da ricerca di folklore religioso e — come si legge nella lettera accompagnatoria — da «aspetti sociali indebitamente vincolati all’attitudine dei fedeli». Invece la clausola «idonei esse debent» implica che i sacerdoti, oltre a conoscere bene il latino, dovranno avere un’adeguata familiarità con il «Ritus servandus in celebratione Missae» e analogamente con i rituali degli altri sacramenti. Allorché si usa il Messale del 1962 nelle Messe con concorso di popolo, le letture possono essere fatte nella lingua vernacola, utilizzando i lezionari approvati (art. 6). I fedeli che, pur avendo chiesto al parroco l’uso del Messale del 1962, non lo avranno ottenuto, possono ricorrere al vescovo diocesano, che è vivamente pregato di esaudire il loro desiderio; qualora poi non fosse in grado di esaudirlo, dovrà informarne la Commissione Pontificia Ecclesia Dei e attendere da questa consiglio e aiuto (art. 7-8). In vista del bene delle anime, è lasciata: a) alla discrezione del parroco la possibilità di utilizzare il rituale più antico per il Battesimo, la Penitenza, il Matrimonio e l’Unzione degli infermi; b) alla discrezione del vescovo la scelta dell’antico Pontificale romano per la Confermazione; c) alla discrezione dei chierici ordinati la possibilità di usare il Breviario romano del 1962 (art. 9). Dal fatto che nulla viene detto per il sacramento dell’Ordine si deve dedurre che l’unico rituale per le ordinazioni resta quello della riforma liturgica. In vista del bene dei fedeli affezionati al Messale del 1962, l’ordinario diocesano potrà erigere una parrocchia personale (art. 10). Infine, la Pontificia Commissione Ecclesia Dei, riconfermata nelle sue funzioni, dovrà vigilare sull’osservanza e l’applicazione di quanto è stato disposto (art. 11 e 12).  Il motu proprio conclude fissando al 14 settembre 2007 l’entrata in vigore dei nuovi provvedimenti, e abrogando di conseguenza, tramite la consueta clausola «contrariis quibuslibet rebus non obstantibus», tutte le precedenti determinazioni in materia.

[© La Civiltà Cattolica 2007 III 455-460 quaderno 3774]

MESSA IN LATINO ANTONIO SOCCI

Author : admin - Comments : Comments Off - Dicembre 29th, 2007 - RSS feed

Quei vescovi che boicottano la messa in latino

di Antonio SocciLIBERO 14 settembre 2007 Era il 1971 e il teologo Joseph Ratzinger - che pure era stato un uomo del Concilio - denunciò l’immane disastro “progressista” del post Concilio, indicando a chiare lettere la grave responsabilità di tanti vescovi: «In base a queste istanze (progressiste), anche a dei vescovi poteva sembrare “imperativo dell’attualità” e “inesorabile linea di tendenza”, deridere i dogmi e addirittura lasciare intendere che l’esistenza di Dio non potesse darsi in alcun modo per certa. Per questo sono certo che si preparano per la Chiesa tempi molto difficili. La sua crisi vera e propria è solo appena cominciata». E infatti la crisi è divampata e a farla esplodere è stato innanzitutto l’attacco alla liturgia che della Chiesa è il cuore. Da cardinale tutore della fede, nel 1997, Ratzinger scriverà: «Sono convinto che la crisi ecclesiale in cui oggi ci troviamo, dipende in gran parte dal crollo della liturgia».  LIBERTÀ RESTITUITA E oggi, da Papa, egli regala alla Chiesa un giorno storico. Il 14 settembre infatti entra in vigore il Motu proprio con cui Benedetto XVI ha restituito ai fedeli la libertà di partecipare alla cosiddetta liturgia tridentina, la liturgia di sempre della Chiesa. Attenzione: non è solo questione del latino (perché anche la riforma del 1969 ha la sua messa in latino). Né è questione che interessa solo i cosiddetti tradizionalisti. È molto di più: la notte dell’autodemolizione progressista e modernista della Chiesa sta finendo. Un grande teologo come Von Balthasar - che Papa Wojtyla volle cardinale pur essendo anch’egli uomo del Concilio, scrisse: «Stranamente a causa di questa falsa interpretazione si ha la sensazione che la liturgia post-conciliare sia divenuta più clericale di quanto non fosse nei giorni in cui il sacerdote era un semplice servitore del mistero che veniva celebrato!». Da oggi ai cristiani viene finalmente restituita la libertà di pregare (e di credere) come la Chiesa dei loro padri e dei Santi ha pregato (e creduto) per 19 secoli. Una libertà loro sottratta da vescovi e chierici “progressisti” dispotici che prima hanno (arbitrariamente) presentato la riforma liturgica del 1969 come un’abolizione del rito tradizionale della Chiesa e poi hanno sabotato lo speciale indulto chiarificatore di Giovanni Paolo II del 1984 e del 1986. Ora Benedetto XVI - preso atto del boicottaggio dei vescovi - ha ordinato loro di riconoscere i diritti dei fedeli. Un passo grandioso che porterà frutti sorprendenti alla Chiesa. Ma, ancora una volta, diversi vescovi stanno cercando di disobbedire al Papa con la ribellione esplicita o con qualche trucco dialettico. A dare il la come al solito è stato il cardinal Martini che - ormai nei panni dell’Antipapa - ha tuonato che lui non avrebbe mai celebrato nel rito tradizionale per “quel senso di chiuso che emanava dall’insieme di quel tipo di vita cristiana così come allora lo si viveva”. Così, forte del fallimento pastorale progressista (e del suo episcopato), Martini ha liquidato secoli di santità: la Chiesa dove sono fioriti i più grandi santi, da Caterina a Francesco, da Carlo Borromeo a Francesco Saverio e Teresina di Lisieux, da Massimiliano Kolbe a Padre Pio, darebbe «un senso di chiuso» rispetto alla chiesuola progressista, fatta - immagino - di cattocomunisti, ecumenisti scatenati e teologi della liberazione. La grandiosa liturgia cattolica per la quale geni come Mozart, Michelangelo e Caravaggio hanno creatocapolavori darebbe un’idea di “chiuso” rispetto agli sciamannati schitarramenti postconciliari con i più indecenti abusi liturgici. Ma subito a coda di Martini ha preso il coraggio del boicottaggio furbesco anche l’attuale vescovo di Milano Tettamanzi (scottato dal conclave del 2005 da cui voleva uscire Papa) e altri vescovi, tra i quali va citato quello di Pisa per la sua aperta opposizione al Papa (da monsignor Plotti aspetto ancora che mi spieghi il senso della Cattedrale a pagamento, come fosse un museo). Per avere un’idea di cosa sia la “chiesa progressista” bisogna leggere un articolo apparso l’altroieri su Repubblica. Parlava dei funerali dei bimbi rom, morti in un incendio a Livorno, celebrati dal pope ortodosso nella Cattedrale cattolica della città toscana. Monsignor Razzauto, amministratore diocesano con funzioni di vescovo, che ha concesso la cattedrale ha dichiarato: «Se, per motivi speciali, o per mancanza di spazio, ne avessero bisogno non avrei alcun problema a mettere a disposizione la Cattedrale anche agli islamici». Avete letto bene: la Cattedrale cattolica a disposizione per dei riti islamici. I commenti - teologici e canonici - li lascio alle autorità vaticane. Vorrei sottolineare però che questo clero così ecumenico e aperto è lo stesso che poi, per decenni, ha negato le chiese ai fedeli cristiani per celebrare la Messa tradizionale. In un’altra città toscana un vescovo ha negato la Cattedrale addirittura a un cardinale perché avrebbe celebrato, com’era sua facoltà, la Messa tridentina. Nella ribellione dei vescovi c’è un’opposizione al Papa che viene da lontano. Al Concilio don Giuseppe Dossetti, passato dalla politica italiana alle smanie riformatrici della Chiesa, provò a dimostrare che il vescovo ha il potere di giurisdizione con l’ordinazione stessa, a prescindere dal fatto che lo riceva dal Papa. Se questa idea fosse stata accolta la Chiesa Cattolica si poteva trasformare in chiesa episcopaliana col Papa ridotto a coordinatore. Invece fu bocciata e Dossetti fu rimosso da Paolo VI. Ma i vescovi progressisti non hanno mai rinunciato alle loro pretese. Paolo VI, negli ultimi anni, era diventato una voce che grida nel deserto. L’allora patriarca di Venezia Albino Luciani fu tra i pochi che cercò di opporsi alla dissoluzione: «Sarebbe ora di affermare coraggiosamente che voler essere col Papa non è deteriore complesso di inferiorità, ma frutto dello Spirito Santo». Con Wojtyla il papato ritrovò vigore.    SCHIAVI DEL POTERE Ma ricordo l’ottimo don Divo Barsotti che in un’intervista del 1985 mi diceva: «C’è un grande pericolo, il disgregamento dell’unica Chiesa di Cristo. I viaggi del Papa, secondo me, esprimono questa drammatica preoccupazione. Il papato negli anni recenti era stato umiliato e isolato. Nessuno voleva più sentir parlare del Papa, soprattutto i vescovi…». E poi aggiungeva: «Ancora non si è superato questo dramma. Ci sono ancora vescovi che resistono al Papa». Giustamente Barsotti sottolineava che il vescovo ha diritto di essere seguito dai fedeli, ma se è in comunione col Papa. Altrimenti fa una sua chiesuola. Lealtà vorrebbe che un vescovo in disaccordo col Papa si dimettesse. Ma di rinunciare al loro potere clericale non vogliono sentirne parlare. Anzi, purtroppo continuano tuttora a essere nominati vescovi di area “progressista” che promettono di continuare questa deriva. Perché la burocrazia clericale è ancora in loro potere. Cosa temono dalla libertà? Perché vogliono impedire al popolo cristiano di pregare come la Chiesa ha pregato per due millenni? Perché nella Chiesa “lex orandi, lex credendi”. La Liturgia esprime la dottrina cattolica ortodossa ed è la vera fede che affascina e attrae. Mentre la loro stagione è quella del passato, quella - come denunciò il cardinal Ratzinger - dove i cristiani erano «portati qua e là da qualsiasi vento di dottrina». In quel memorabile discorso di apertura del Conclave, Ratzinger aggiungeva, amaramente: «Quanti venti di dottrina abbiamo conosciuto in questi ultimi decenni, quante correnti ideologiche, quante mode del pensiero… La piccola barca del pensiero di molti cristiani è stata non di rado agitata da queste onde, gettata da un estremo all’altro». Benedetto XVI ora cerca invece di ancorarla alla roccia della tradizione ortodossa. E anche se il “partito clericale” gli ha dichiarato guerra, ha con sé il popolo cristiano.   

Liturgia storia e memoria

Author : admin - Comments : Comments Off - Dicembre 29th, 2007 - RSS feed

La Liturgia tra storia e memoria 
NOSTALGIA DELL’ANTICOMA
INESAURIBILE NOVITA’
 
di INOS BIFFI 

L’Osservatore Romano giovedì 22 novembre 2007
  

           
        Una memoria segno e presenza dell’opera di salvezza: è una definizione teologica limpida e precisa dell’Eucaristia e di tutta la liturgia, che dall’Eucaristia irraggia e in essa si risolve. La troviamo nella secreta del messale di Pio V, alla IX domenica dopo pentecoste – ora nella II per annum – ma la formula è antica, e già la contengono i primi sacramentari. Nel suo nitido latino suona così : Quoties huius hostiae comemoratio celebratur, opus nostre salutis exercetur, e una sua versione, che purtroppo non riesce a rendere il tenore e l’eleganza originaria, potrebbe dire: “Ogniqualvolta è celebrata la memoria di questo sacrificio, diviene operante l’opera della nostra salvezza”.

            Non è facile reperire un termine che renda adeguatamente l’exercetur originale, ma il concetto è chiaro: nella memoria liturgica – come per una vittoria sul tempo e sul suo potere logorante – si trova ravvivata l’opera della nostra salvezza.

            Questo testo ha particolarmente richiamato l’attenzione dei grandi liturgisti e autori del movimento liturgico nel secolo XIX e XX – come Guéranger o Schuster – che lo ricordano e lo commentano, e la stessa costituzione Sacrosanctum concilium del Vaticano II lo cita, per determinare il ruolo della liturgia nella vita della Chiesa.

            Oggi, forse, importa particolarmente ritornare alla chiara visione teologica della liturgia, così perspiquamente evocata da questa breve orazione: un suo annebbiamento o una sua trascuratezza comporterebbero il fraintendimento della celebrazione. E possiamo riconoscere che esso è, qua e là, avvenuto e lo si può cogliere dove la celebrazione non risalti originariamente come atto di Cristo, che coinvolge nei suoi misteri, come luogo della sua signoria, come dono del suo Spirito in una Chiesa fedele e orante, tutta presa dal rendimento di grazie e dallo stupore di incontrare e “trattenere” Cristo nei santi segni. L’espressione è di sant’Agostino: In tuis te teneo sacramentis.

            Ma torniamo alla “secreta”.

            In essa l’Eucaristia è compresa come “celebrazione della memoria del sacrificio”, e come rito che rimanda all’avvenimento storico della croce.

            Sennonché questo avvenimento, svoltosi e circostanziato nel tempo, non è sentito come definitivamente consumato e ceduto al passato, di cui sia diventato irrimediabilmente possesso, e che solo si possa ritrovare nelle tracce precarie lasciate o riesumate nella forma labile di un ricordo dello spirito.

            L’immolazione della croce, nella quale si è compiuto l’opus salutis – l’espressione è già di Leone Magno – è percepita come presente: nella celebrazione della sua memoria è attiva; o “in esercizio”, l’opera della salvezza, avvertita non come un episodio del passato, semplicemente rievocato, o solo intensamente rappresentato, ma come un fatto che dispiega tutto il suo vigore nell’attualità.

Il sacrificio del calvario ha segnato per sempre la storia, quasi vincendone la forza naturalmente logorante: avvenuto nel tempo “una volta per tutte” (Ebrei 9,28) – “morì sotto Ponzio Pilato” – esso si è posto “sopra” ogni tempo, per non tramontare mai nel seguito dei secoli: non c’è momento rispetto al quale il sacrificio della Croce sia lontano o luogo dal quale sia assente.

            Nella celebrazione eucaristica, che è il modello e il principio di ogni celebrazione, la memoria non si ripiega su se stessa, ma si apre a una presenza; il segno non è il delinearsi della pallida immagine di un irrecuperabile passato, ma l’aprirsi di un’inesauribile novità.

            Ma questo non sorprende: la morte di Gesù non è una fine, ma un compimento; in essa si avvera l’eterno disegno di Dio che tutto mirava al Cristo crocifisso e risuscitato. Nella sua morte, coronata di gloria, Gesù è costituito Signore, che tutto attrae a sé (Gv 12,32); essa possiede una grazia illimitata, o – direbbe san Tommaso – è provveduta di una virus salvifica, che non si consuma: nel Corpo dato e nel Sangue sparso il Padre ha dato tutto e per sempre.

            Nell’Eucaristia, come in ogni azione liturgica, si ritrova il Crocifisso glorioso, che rende partecipe della grazia del suo sacrificio, ed è come dire che effonde il suo Spirito.

            A costituire i sacramenti, a renderli efficaci, è questa presidenza personale e attuale di Gesù, o questa “iniziativa” del Risorto, che non solo li ha storicamente istituiti, ma ogni volta li sostiene e ad essi conferisce sostanza e validità. Ogni sacramento è indice infallibile della puntuale e salvifica fedeltà di Gesù Cristo.

            A questa presenza era particolarmente sensibile sant’Ambrogio. Scriveva “E’ Cristo stesso a compiere l’offerta in noi: lui stesso che sta presso il Padre”; “E’ Cristo che battezza nella Chiesa”.

            E, parlando del battesimo in una veglia pasquale, egli osservava: non fu papa Damaso a purificare, non il vescovo Pietro d’Alessandria, non Ambrogio, non Gregorio Nazianzeno a Costantinopoli, poiché se “nostra è la presenza ministeriale, di Cristo sono i sacramenti” – nostra servita, tua sacramenta.

            I nostri riti riescono efficaci per la garanzia che Gesù stesso conferisce loro, ossia perché primariamente sono segni da lui gestiti e colmati, quasi involucri che ne contengono la presenza e la grazia. Secondo la tradizione e precisa espressione teologica, ricorrente nello stesso magistero ecclesiastico, i ministri nei sacramenti agiscono in persona Christi, cioè come vicari o rappresentanti di Cristo; mentre celebrano, essi sono intimamente associati e connessi con lui, che si trova dietro la loro opera liturgica quale vero e unico Autore dei sacramenti, che incessantemente fonda e accorda valore al servizio ecclesiale.

            Questo  è indispensabile, perché compaia il sacramento, ma sempre come professione di fede e di obbedienza, come accogliente e riconoscente disponibilità, che non suscita ma riceve la grazia, che appartiene esclusivamente al Signore.

            Fosse lasciato solo, il ministro sarebbe sterile; in realtà esso istituisce una compagnia con Gesù Cristo, un consenso a lui, che “precede” e “pre-occupa” il segno sacramentale.

            La conseguenza sarà che tutto nel rito liturgico dovrà far emergere Gesù Cristo, l’unico supremamente interessante; tutto dovrà porre in risalto che egli è il Primo, e che non siamo noi, evitando tutto quanto potrebbe oscurare o far passare in secondo ordine la sua signoria.

            La liturgia non è un ripiegarsi della Chiesa su se stessa, per autocelebrarsi, ma è memoria delle “meraviglie di Dio” compiute in Gesù Cristo; è incessante esaltazione non di nostre imprese, ma delle “grandi cose che il Signore ha fatto per noi” (Slm 126,3) e quindi è contemplazione, gioia, adorazione. Ma anche e soprattutto la liturgia è dramma, estremamente serio, perché incessante “annunzio della morte del Signore, in attesa della sua venuta (Cor 11,26). Nella loro varietà e nel loro molteplice linguaggio, i riti valgono perché professano tutti la loro relazione con Cristo e perché tutti significano la fede e l’obbedienza della Chiesa, che tramite l’azione liturgica riceve da lui l’opera di salvezza.

            E’ facile vedere che, senza questa teologia o, meglio, senza questo “cristocentrismo”, ogni “arte del celebrare” si dissolve in estetismo, ogni formazione è svuotata di contenuto, e ogni recupero si stempera in pura nostalgia dell’antico.

Lettera ai Vescovi sul Motu Proprio

Author : admin - Comments : Comments Off - Dicembre 29th, 2007 - RSS feed

S.S. BENEDETTO XVI LETTERA DEL SANTO PADRE AI VESCOVI DI TUTTO IL MONDO PER PRESENTARE IL “MOTU PROPRIO” SULL’USO DELLA LITURGIA ROMANA ANTERIORE ALLA RIFORMA DEL 1970 07.07.2007 Cari Fratelli nell’Episcopato, con grande fiducia e speranza metto nelle vostre mani di Pastori il testo di una nuova Lettera Apostolica “Motu Proprio data” sull’uso della liturgia romana anteriore alla riforma effettuata nel 1970. Il documento è frutto di lunghe riflessioni, di molteplici consultazioni e di preghiera. Notizie e giudizi fatti senza sufficiente informazione hanno creato non poca confusione. Ci sono reazioni molto divergenti tra loro che vanno da un’accettazione gioiosa ad un’opposizione dura, per un progetto il cui contenuto in realtà non era conosciuto. A questo documento si opponevano più direttamente due timori, che vorrei affrontare un po’ più da vicino in questa lettera. In primo luogo, c’è il timore che qui venga intaccata l’Autorità del Concilio Vaticano II e che una delle sue decisioni essenziali – la riforma liturgica – venga messa in dubbio. Tale timore è infondato. Al riguardo bisogna innanzitutto dire che il Messale, pubblicato da Paolo VI e poi riedito in due ulteriori edizioni da Giovanni Paolo II, ovviamente è e rimane la forma normale – la forma ordinaria – della Liturgia Eucaristica. L’ultima stesura del Missale Romanum, anteriore al Concilio, che è stata pubblicata con l’autorità di Papa Giovanni XXIII nel 1962 e utilizzata durante il Concilio, potrà, invece, essere usata come forma extraordinaria della Celebrazione liturgica. Non è appropriato parlare di queste due stesure del Messale Romano come se fossero “due Riti”. Si tratta, piuttosto, di un uso duplice dell’unico e medesimo Rito. Quanto all’uso del Messale del 1962, come forma extraordinaria della Liturgia della Messa, vorrei attirare l’attenzione sul fatto che questo Messale non fu mai giuridicamente abrogato e, di conseguenza, in linea di principio, restò sempre permesso. Al momento dell’introduzione del nuovo Messale, non è sembrato necessario di emanare norme proprie per l’uso possibile del Messale anteriore. Probabilmente si è supposto che si sarebbe trattato di pochi casi singoli che si sarebbero risolti, caso per caso, sul posto. Dopo, però, si è presto dimostrato che non pochi rimanevano fortemente legati a questo uso del Rito romano che, fin dall’infanzia, era per loro diventato familiare. Ciò avvenne, innanzitutto, nei Paesi in cui il movimento liturgico aveva donato a molte persone una cospicua formazione liturgica e una profonda, intima familiarità con la forma anteriore della Celebrazione liturgica. Tutti sappiamo che, nel movimento guidato dall’Arcivescovo Lefebvre, la fedeltà al Messale antico divenne un contrassegno esterno; le ragioni di questa spaccatura, che qui nasceva, si trovavano però più in profondità. Molte persone, che accettavano chiaramente il carattere vincolante del Concilio Vaticano II e che erano fedeli al Papa e ai Vescovi, desideravano tuttavia anche ritrovare la forma, a loro cara, della sacra Liturgia; questo avvenne anzitutto perché in molti luoghi non si celebrava in modo fedele alle prescrizioni del nuovo Messale, ma esso addirittura veniva inteso come un’autorizzazione o perfino come un obbligo alla creatività, la quale portò spesso a deformazioni della Liturgia al limite del sopportabile. Parlo per esperienza, perché ho vissuto anch’io quel periodo con tutte le sue attese e confusioni. E ho visto quanto profondamente siano state ferite, dalle deformazioni arbitrarie della Liturgia, persone che erano totalmente radicate nella fede della Chiesa.  Papa Giovanni Paolo II si vide, perciò, obbligato a dare, con il Motu Proprio “Ecclesia Dei” del 2 luglio 1988, un quadro normativo per l’uso del Messale del 1962, che però non conteneva prescrizioni dettagliate, ma faceva appello, in modo più generale, alla generosità dei Vescovi verso le “giuste aspirazioni” di quei fedeli che richiedevano quest’uso del Rito romano. In quel momento il Papa voleva, così, aiutare soprattutto la Fraternità San Pio X a ritrovare la piena unità con il Successore di Pietro, cercando di guarire una ferita sentita sempre più dolorosamente. Purtroppo questa riconciliazione finora non è riuscita; tuttavia una serie di comunità hanno utilizzato con gratitudine le possibilità di questo Motu Proprio. Difficile è rimasta, invece, la questione dell’uso del Messale del 1962 al di fuori di questi gruppi, per i quali mancavano precise norme giuridiche, anzitutto perché spesso i Vescovi, in questi casi, temevano che l’autorità del Concilio fosse messa in dubbio. Subito dopo il Concilio Vaticano II si poteva supporre che la richiesta dell’uso del Messale del 1962 si limitasse alla generazione più anziana che era cresciuta con esso, ma nel frattempo è emerso chiaramente che anche giovani persone scoprono questa forma liturgica, si sentono attirate da essa e vi trovano una forma, particolarmente appropriata per loro, di incontro con il Mistero della Santissima Eucaristia. Così è sorto un bisogno di un regolamento giuridico più chiaro che, al tempo del Motu Proprio del 1988, non era prevedibile; queste Norme intendono anche liberare i Vescovi dal dover sempre di nuovo valutare come sia da rispondere alle diverse situazioni. In secondo luogo, nelle discussioni sull’atteso Motu Proprio, venne espresso il timore che una più ampia possibilità dell’uso del Messale del 1962 avrebbe portato a disordini o addirittura a spaccature nelle comunità parrocchiali. Anche questo timore non mi sembra realmente fondato. L’uso del Messale antico presuppone una certa misura di formazione liturgica e un accesso alla lingua latina; sia l’una che l’altra non si trovano tanto di frequente. Già da questi presupposti concreti si vede chiaramente che il nuovo Messale rimarrà, certamente, la forma ordinaria del Rito Romano, non soltanto a causa della normativa giuridica, ma anche della reale situazione in cui si trovano le comunità di fedeli. È vero che non mancano esagerazioni e qualche volta aspetti sociali indebitamente vincolati all’attitudine di fedeli legati all’antica tradizione liturgica latina. La vostra carità e prudenza pastorale sarà stimolo e guida per un perfezionamento. Del resto le due forme dell’uso del Rito Romano possono arricchirsi a vicenda: nel Messale antico potranno e dovranno essere inseriti nuovi santi e alcuni dei nuovi prefazi. La Commissione “Ecclesia Dei” in contatto con i diversi enti dedicati all’ “usus antiquior” studierà le possibilità pratiche. Nella celebrazione della Messa secondo il Messale di Paolo VI potrà manifestarsi, in maniera più forte di quanto non lo è spesso finora, quella sacralità che attrae molti all’antico uso. La garanzia più sicura che il Messale di Paolo VI possa unire le comunità parrocchiali e venga da loro amato consiste nel celebrare con grande riverenza in conformità alle prescrizioni; ciò rende visibile la ricchezza spirituale e la profondità teologica di questo Messale. Sono giunto, così, a quella ragione positiva che mi ha motivato ad aggiornare mediante questo Motu Proprio quello del 1988. Si tratta di giungere ad una riconciliazione interna nel seno della Chiesa. Guardando al passato, alle divisioni che nel corso dei secoli hanno lacerato il Corpo di Cristo, si ha continuamente l’impressione che, in momenti critici in cui la divisione stava nascendo, non è stato fatto il sufficiente da parte dei responsabili della Chiesa per conservare o conquistare la riconciliazione e l’unità; si ha l’impressione che le omissioni nella Chiesa abbiano avuto una loro parte di colpa nel fatto che queste divisioni si siano potute consolidare. Questo sguardo al passato oggi ci impone un obbligo: fare tutti gli sforzi, affinché a tutti quelli che hanno veramente il desiderio dell’unità, sia reso possibile di restare in quest’unità o di ritrovarla nuovamente. Mi viene in mente una frase della Seconda Lettera ai Corinzi, dove Paolo scrive: “La nostra bocca vi ha parlato francamente, Corinzi, e il nostro cuore si è tutto aperto per voi. Non siete davvero allo stretto in noi; è nei vostri cuori invece che siete allo stretto… Rendeteci il contraccambio, aprite anche voi il vostro cuore!” ( 2 Cor 6,11–13). Paolo lo dice certo in un altro contesto, ma il suo invito può e deve toccare anche noi, proprio in questo tema. Apriamo generosamente il nostro cuore e lasciamo entrare tutto ciò a cui la fede stessa offre spazio.  Non c’è nessuna contraddizione tra l’una e l’altra edizione del Missale Romanum. Nella storia della Liturgia c’è crescita e progresso, ma nessuna rottura. Ciò che per le generazioni anteriori era sacro, anche per noi resta sacro e grande, e non può essere improvvisamente del tutto proibito o, addirittura, giudicato dannoso. Ci fa bene a tutti conservare le ricchezze che sono cresciute nella fede e nella preghiera della Chiesa, e di dar loro il giusto posto. Ovviamente per vivere la piena comunione anche i sacerdoti delle Comunità aderenti all’uso antico non possono, in linea di principio, escludere la celebrazione secondo i libri nuovi. Non sarebbe infatti coerente con il riconoscimento del valore e della santità del nuovo rito l’esclusione totale dello stesso. In conclusione, cari Confratelli, mi sta a cuore sottolineare che queste nuove norme non diminuiscono in nessun modo la vostra autorità e responsabilità, né sulla liturgia né sulla pastorale dei vostri fedeli. Ogni Vescovo, infatti, è il moderatore della liturgia nella propria diocesi (cfr. Sacrosanctum Concilium, n. 22: “Sacrae Liturgiae moderatio ab Ecclesiae auctoritate unice pendet quae quidem est apud Apostolicam Sedem et, ad normam iuris, apud Episcopum”). Nulla si toglie quindi all’autorità del Vescovo il cui ruolo, comunque, rimarrà quello di vigilare affinché tutto si svolga in pace e serenità. Se dovesse nascere qualche problema che il parroco non possa risolvere, l’Ordinario locale potrà sempre intervenire, in piena armonia, però, con quanto stabilito dalle nuove norme del Motu Proprio. Inoltre, vi invito, cari Confratelli, a scrivere alla Santa Sede un resoconto sulle vostre esperienze, tre anni dopo l’entrata in vigore di questo Motu Proprio. Se veramente fossero venute alla luce serie difficoltà, potranno essere cercate vie per trovare rimedio. Cari Fratelli, con animo grato e fiducioso, affido al vostro cuore di Pastori queste pagine e le norme del Motu Proprio. Siamo sempre memori delle parole dell’Apostolo Paolo dirette ai presbiteri di Efeso: “Vegliate su voi stessi e su tutto il gregge, in mezzo al quale lo Spirito Santo vi ha posti come Vescovi a pascere la Chiesa di Dio, che egli si è acquistata con il suo sangue” ( Atti 20,28). Affido alla potente intercessione di Maria, Madre della Chiesa, queste nuove norme e di cuore imparto la mia Benedizione Apostolica a Voi, cari Confratelli, ai parroci delle vostre diocesi, e a tutti i sacerdoti, vostri collaboratori, come anche a tutti i vostri fedeli. Dato presso San Pietro, il 7 luglio 2007 BENEDICTUS PP. XVI  

Intervista a Mons. Ranjith

Author : admin - Comments : Comments Off - Dicembre 29th, 2007 - RSS feed

L’arcivescovo Ranjith interviene nel dibattito sulla liturgia

Fedeltà al Concilio

Maurizio Fontana

A sessant’anni di distanza dalla pubblicazione dell’enciclica di Pio XII Mediator Dei, il dibattito sulla liturgia è quanto mai aperto e vivo: la recente entrata in vigore del motu proprio Summorum Pontificum - con il quale Benedetto XVI ha concesso la possibilità di celebrare l’Eucaristia secondo il messale tridentino senza dover chiedere il permesso del vescovo - ha alimentato un confronto che a partire dal Concilio Vaticano II non è stato, in realtà, mai sopito.

Ne “L’Osservatore Romano” di domenica 18 novembre, Nicola Bux, proprio richiamandosi alla Mediator Dei, ha riaffermato l’importanza di un dibattito ampio sulla liturgia, portato avanti “senza pregiudizi e con grande carità”: un confronto - ha specificato - necessariamente guidato dalla Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti.
Su questi temi abbiamo intervistato il segretario della Congregazione per il Culto Divino, l’arcivescovo Albert Malcom Ranjith.

Partiamo proprio dalla Mediator Dei: possiamo riassumerne gli aspetti qualificanti?

Con l’enciclica Mediator Dei, Pio XII - sulla base anche di quanto affermato da Pio X nel motu proprio Tra le sollecitudini - cerca di presentare ai fedeli una sintesi teologica dell’intima essenza della liturgia: si sofferma a coglierne le origini e la definisce come l’atto sacerdotale di Cristo che rende lode e gloria a Dio e - soprattutto attraverso il suo sacrificio - effettua la volontà salvifica del Padre. In questo senso Cristo è al centro della preghiera e del ruolo sacerdotale della Chiesa.
“Il Divino Redentore - leggiamo nell’enciclica - volle, poi, che la vita sacerdotale da Lui iniziata nel suo corpo mortale con le sue preghiere e il suo sacrificio, non cessasse nel corso dei secoli nel suo Corpo Mistico che è la Chiesa”.

In sostanza l’enciclica evidenzia che il culto non è il nostro, ma è quello di Cristo nel quale tutti noi siamo inseriti. Più o meno è la linea che Benedetto XVI ha offerto nei suoi scritti liturgici prima e dopo la sua elezione: non siamo noi che compiamo l’atto liturgico ma in esso ci conformiamo all’atto liturgico celeste che già sta accadendo in eterno.

L’enciclica di Pio XII “sulla sacra liturgia” anticipò di sedici anni la Sacrosantum Concilium: quali rapporti possiamo trovare fra i due documenti? C’è una continuità fra di essi? Davvero - come ha scritto Bux - senza la Mediator Dei non si può comprendere appieno la costituzione conciliare?

Si può senz’altro affermare che la riforma liturgica preconciliare fu una sorta di apertura verso ciò che sarebbe poi successo nel Concilio Vaticano II.
Del resto, il fatto che la Sacrosantum Concilium sia stato il primo documento dell’assise ecumenica conferma non solo l’importanza primaria della liturgia per la vita della Chiesa, ma anche che evidentemente i padri conciliari avevano già a disposizione gli strumenti pronti per procedere a una rapida definizione e al rinnovamento della liturgia. Si deve poi ricordare che la maggior parte degli esperti che avevano lavorato per guidare la riforma preconciliare, sono stati integrati e coinvolti nella preparazione della Sacrosantum Concilium.

C’è insomma una continuità pratica che fa il paio con la continuità teologica: la Sacrosantum Concilium infatti - pur nella spiccata preoccupazione pastorale di rendere la liturgia più efficace e partecipata - esprime bene il concetto della partecipazione alla liturgia celeste. Questo aspetto della Mediator Dei in un certo senso confluisce in maniera naturale nella Sacrosantum Concilium.
Anche guardando all’impostazione dei due documenti, troviamo più o meno uno stesso schema compositivo. I legami appaiono chiari: la Sacrosantum Concilium continua la grande tradizione della Mediator Dei, così come la Mediator Dei si era posta sulla linea dei precedenti pontefici, in particolare di Pio X.

Di fronte a questa continuità vanno forse superati certi pregiudizi sulla Chiesa preconciliare e in particolare sullo stesso Pio XII.

Certamente. Del resto il cardinale Ratzinger - nel Rapporto sulla fede - parlava della distinzione tra una interpretazione fedele del Concilio e un approccio piuttosto avventuroso e irreale allo stesso, portato avanti da certi circoli teologici animati da quello che veniva definito lo “spirito del Concilio” e che lui invece definisce “anti spirito” o Konzils-Ungeist. Tale distinzione si può cogliere anche relativamente a quanto accaduto in materia liturgica: in diverse innovazioni introdotte si possono infatti riscontrare delle differenze sostanziali tra il testo della Sacrosantum Concilium e la riforma postconciliare portata avanti. È vero che il documento lasciava spazi aperti all’interpretazione e alla ricerca, ma ciò non vuol dire che esso invitasse a un rinnovamento liturgico inteso come qualcosa da realizzare ex novo; al contrario, esso s’inseriva pienamente nella tradizione della Chiesa.

Come lei stesso ha ricordato, dalla Mediator Dei ai documenti conciliari la centralità di Cristo nella liturgia è sempre affermata con chiarezza e vigore: la cosiddetta Chiesa postconciliare ha saputo incarnare pienamente questa realtà?

Con questo tocchiamo un tasto doloroso. C’è infatti un problema pratico: il valore delle norme e delle indicazioni dei libri liturgici non è stato pienamente capito da tutti nella Chiesa. Faccio un esempio.

Quello che accade sull’altare è ben spiegato nei testi liturgici, evidentemente, però, certe indicazioni non sono state prese del tutto sul serio: c’è infatti una certa tendenza a interpretare la riforma liturgica postconciliare utilizzando la “creatività” come regola. Questo non è permesso dalle norme. La liturgia in certi luoghi non sembra riflettere il suo cristocentrismo ma esprime invece uno spirito di immanentismo e di antropocentrismo.

La verità è ben diversa: un vero antropocentrismo deve essere cristocentrico. Quello che succede sull’altare è un qualcosa che non operiamo noi: è Cristo che agisce e la centralità della figura di Cristo sottrae quell’atto al nostro governo. Noi siamo assorbiti e ci facciamo assorbire in quell’atto, tanto che alla fine della preghiera eucaristica pronunciamo la stupenda dossologia che recita: “Per Lui, in Lui e con Lui”.
La tendenza “creativa” cui accennavo non è permessa dalle istruzioni dei libri liturgici. Purtroppo essa deriva da una cattiva interpretazione dei testi o forse da una scarsa conoscenza di essi e della liturgia stessa.
Dobbiamo renderci conto che la liturgia ha una peculiare caratteristica “conservativa” - ma non nell’accezione negativa che oggi alcuni danno alla parola.
Nell’Antico Testamento emerge una grande fedeltà ai riti e lo stesso Gesù ha continuato a essere fedele al rituale dei padri. In seguito, la Chiesa ha proseguito su questa stessa linea. San Paolo afferma: “Io trasmetto a voi ciò che ho ricevuto” (1 Corinzi, 11, 23), e non “ciò che ho inventato”. Questo è un aspetto centrale: noi siamo chiamati a essere fedeli a qualcosa che non ci appartiene ma che ci viene dato; dobbiamo essere fedeli alla serietà con cui si celebrano i sacramenti. Perché dovremmo riempire pagine e pagine di istruzioni se poi ciascuno si ritiene autorizzato a fare quello che vuole?

Dopo la pubblicazione del motu proprio Summorum Pontificum si è riacceso il confronto tra i cosiddetti tradizionalisti e innovatori. Ha senso una contrapposizione del genere?

Assolutamente no. Non c’era e non c’è una cesura tra un prima e un dopo, c’è invece una linea continuativa.
Parlando del motu proprio ritorniamo piuttosto al discorso appena affrontato. Riguardo alla messa tridentina c’è stata una domanda crescente nel tempo, via via sempre più organizzata. Di contro, la fedeltà alle norme della celebrazione dei sacramenti continuava a calare. Più diminuivano tale fedeltà, il senso della bellezza e dello stupore nella liturgia, più aumentava la richiesta per la messa tridentina. E allora, di fatto, chi ha realmente chiesto la messa tridentina? Non solo quei gruppi, ma anche coloro che hanno avuto poco rispetto per le norme della celebrazione degna secondo il Novus ordo.
Per anni la liturgia ha subìto troppi abusi e tanti vescovi li hanno ignorati. Papa Giovanni Paolo II aveva fatto un accorato appello nell’Ecclesia Dei afflicta che altro non era se non un richiamo alla Chiesa ad essere più seria nella liturgia. La stessa cosa è avvenuta con l’istruzione Redemptionis sacramentum. Eppure in certi circoli di liturgisti e uffici di liturgia questo documento è stato criticato. Il problema quindi non era la richiesta della messa tridentina, quanto piuttosto un abuso illimitato della nobiltà e della dignità della celebrazione eucaristica.
Di fronte a ciò il Santo Padre non poteva tacere: come si nota nella lettera scritta ai vescovi sul motu proprio e anche nei suoi molteplici discorsi, egli sente un profondo senso di responsabilità pastorale. Questo documento perciò - oltre ad essere un tentativo di cercare l’unione con la Fraternità Sacerdotale san Pio X - è anche un segno, un forte richiamo del pastore universale a un senso di serietà.

È un richiamo anche a chi forma i sacerdoti?

Direi di sì. Del resto di fronte a certe concezioni arbitrarie e poco serie della liturgia c’è da chiedersi cosa s’insegna in alcuni seminari.
Non ci si può accostare alla liturgia con atteggiamento superficiale e poco scientifico. Questo vale per chi adotta un’interpretazione “creativa” della liturgia, ma anche per chi presume troppo facilmente di stabilire come era la liturgia alle origini della Chiesa. Occorre sempre un’attenta esegesi, non ci si può lanciare in ingenue interpretazioni.
Oltre tutto in alcuni circoli liturgici c’è una certa tendenza a sottovalutare quanto la Chiesa ha maturato nel secondo millennio della sua storia. Si parla di impoverimento del rito, ma questa è una conclusione troppo banale e semplicistica: noi crediamo invece che la tradizione della Chiesa si manifesti in uno sviluppo continuo. Non possiamo dire che una parte è migliore di un’altra: ciò che conta è l’azione dello Spirito in continua crescita, pur negli alti e bassi della storia. Noi dobbiamo essere fedeli alla continuità della tradizione.
La liturgia è centrale per la vita della Chiesa: lex orandi, lex credendi, ma anche lex vivendi. Per un rinnovamento vero della Chiesa - desiderato tanto dal Concilio - è necessario che non si limiti la liturgia a uno studio solo accademico, ma che questa diventi una priorità assoluta nelle Chiese locali. Perciò è importante che alla formazione liturgica secondo la mente della Chiesa sia data la giusta importanza a livello locale. In fin dei conti la vita sacerdotale è strettamente legata a quello che il sacerdote celebra e a come lo celebra. Se un sacerdote celebra bene l’Eucaristia è sfidato a essere coerente e a diventare parte del sacrificio di Cristo. La liturgia diventa così fondamentale per la formazione di sacerdoti santi. È questa una grande responsabilità dei vescovi che possono così fare tanto per un vero rinnovamento della Chiesa.

Un aspetto non secondario del dibattito sulla liturgia è senz’altro quello dell’arte sacra, a cominciare dall’importante capitolo della musica liturgica. Tra l’altro “L’Osservatore Romano” proprio nei giorni scorsi ha affrontato questi temi riportando delle considerazioni non certo rassicuranti di monsignor Valentín Miserachs Grau.

La Congregazione sta ancora studiando il documento per il nuovo antifonale, abbiamo anche consultato lo stesso Pontificio Istituto di Musica Sacra e speriamo di poter arrivare a una rapida conclusione.
Cantare significa pregare due volte e questo vale soprattutto per il canto gregoriano che è un tesoro inestimabile. Il Papa nella Sacramentum caritatis ha parlato chiaramente della necessità di insegnare nei seminari il canto gregoriano e la lingua latina: noi dobbiamo custodire e valorizzare tale immenso patrimonio della Chiesa cattolica e utilizzarlo per rendere lode al Signore. Bisogna sicuramente lavorare ancora su questo aspetto.
Vi sono poi nell’uso comune molti canti che non si rifanno alla tradizione del gregoriano: è importante assicurare che siano edificanti per la fede, che alimentino spiritualmente chi partecipa alla liturgia e che dispongano realmente il cuore dei fedeli all’ascolto della voce di Dio. I contenuti, poi, devono essere controllati dai vescovi per evitare, ad esempio, tendenze new age. A questo riguardo anche nell’uso degli strumenti musicali bisogna esercitare un grande senso di discrezione: che tutto sia solo per l’edificazione della fede.

Nel campo dell’architettura sacra il dialogo con gli specialisti sembra più delineato; più difficoltoso sembra invece quello con gli artisti figurativi. Se alcuni grandi artisti contemporanei appaiono coinvolti nell’interpretazione dei temi sacri, ciò accade molto meno per la produzione pensata appositamente per i luoghi di culto. È solo un problema di committenze o il dialogo tanto sostenuto da Paolo VI necessita di nuovo impulso?

Il Concilio ha dedicato un intero capitolo all’arte sacra. Tra i principî affermati, essenziale è quello del legame tra arte e fede.
Il dialogo è fondamentale. Ogni artista è una persona tutta particolare, ha un suo stile di cui è molto orgoglioso. Bisogna saper entrare nel cuore dell’artista con la dimensione della fede. È difficile, ma la Chiesa deve trovare le vie per un dialogo più profondo.
Il 1° dicembre ci sarà - sul tema - una giornata di studio in Vaticano organizzata dalla Congregazione: noi contiamo che possa essere un’occasione per dare impulso a questo dialogo e alla promozione dell’arte sacra.

(©L’Osservatore Romano - 19-20 novembre 2007)

Altra intervista a Mons. Renjith

Author : admin - Comments : Comments Off - Dicembre 29th, 2007 - RSS feed

Intervista a Mons. Albert Malcolm Ranjith,
Arcivescovo Segretario della Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti
Il Motu Proprio Summorum Pontificum è “anche un segno per tutta la Chiesa su alcuni principi teologico-disciplinari da salvaguardare per un suo profondo rinnovamento, tanto auspicato dal Concilio…”

Città del Vaticano (Agenzia Fides) - Il 14 settembre è entrato in vigore il Motu Proprio Summorum Pontificum promulgato da Papa Benedetto XVI il 7 luglio 2007 e dedicato al rito di San Pio V rivisto nel 1962 da Papa Giovanni XXIII. Con il Motu Proprio (iniziativa promossa da parte ci chi ne ha le facoltà) torna la possibilità di celebrare col Messale tridentino senza dover necessariamente chiedere il permesso del Vescovo. Con il Concilio Vaticano II e in particolare con la riforma liturgica del 1970 promossa da Papa Paolo VI, l’antico Messale era stato sostituito dal nuovo e, anche se ufficialmente non era mai stato abolito, i fedeli per utilizzarlo dovevano avere espressamente il permesso del Vescovo. Un permesso sancito all’interno di un altro Motu Proprio: l’Ecclesia Dei adflicta firmato da Papa Giovanni Paolo II il 2 luglio 1988. Oggi, con il nuovo Motu Proprio, questo permesso non è più necessario e qualsiasi «gruppo stabile» di fedeli può liberamente chiedere al proprio parroco la possibilità di celebrare seguendo l’antico Messale. L’Agenzia Fides ha rivolto alcune domande a questo proposito a Sua Ecc. Monsignor Albert Malcolm Ranjith, Arcivescovo Segretario della Congregazione per il Culto Divino e la disciplina dei Sacramenti.

Eccellenza Reverendissima, qual è a suo avviso il significato profondo del Motu Proprio Summorum Pontificum? Vedo in questa decisione non solo la sollecitudine del Santo Padre di aprire la strada del rientro nella piena comunione della Chiesa ai seguaci di Monsignor Lefebvre, ma anche un segno per tutta la Chiesa su alcuni principi teologico-disciplinari da salvaguardare per un suo profondo rinnovamento, tanto auspicato dal Concilio. Mi pare che ci sia un forte desiderio del Papa di correggere quelle tentazioni visibili in alcuni ambienti i quali vedono il Concilio come un momento di rottura con il passato e di un nuovo inizio. Basti ricordare il suo discorso alla Curia Romana il 22 Dicembre 2005. D’altronde neanche il Concilio pensò, di se stesso, in questi termini. Sia nelle sue scelte dottrinali che in quelle liturgiche come anche in quelle giuridiche-pastorali, il Concilio fu un altro momento di approfondimento e di aggiornamento della ricca eredità teologico-spirituale della Chiesa nella sua storia bimillenaria. Con il Motu Proprio il Papa vuole affermare chiaramente che ogni tentazione di disprezzo di queste venerate tradizioni è fuori posto. Il messaggio è chiaro: progresso, sì, ma non a scapito, o senza la storia. Anche la riforma liturgica deve essere fedele a tutto ciò che è successo dagli inizi ad oggi, senza esclusioni. Dall’altro lato, non dobbiamo mai dimenticare che per la Chiesa Cattolica la Rivelazione Divina non è qualcosa proveniente solo dalla Sacra Scrittura, ma anche dalla Tradizione vivente della Chiesa. Tale fede ci distingue nettamente da altre manifestazioni della fede cristiana. La verità per noi è ciò che emerge, per così dire, da tutti e due questi poli, cioè Sacra Scrittura e Tradizione. Questa posizione per me è molto più ricca di altre vedute perché rispetta la libertà del Signore a guidarci verso una più adeguata comprensione della verità rivelata anche attraverso ciò che succederà nel futuro. Naturalmente, il processo di discernimento di ciò che emerge verrà attuato attraverso il Magistero della Chiesa. Ma ciò che dobbiamo cogliere è l’importanza attribuita alla Tradizione. La Costituzione Dogmatica Dei Verbum affermò questa verità chiaramente (DV 10). Inoltre la Chiesa è una realtà che sorpassa i livelli di una pura invenzione umana. Essa è il Corpo mistico di Cristo, la Gerusalemme celeste e la stirpe eletta di Dio. Essa, perciò, supera le frontiere terrestri e ogni limitazione di tempo ed è una realtà che trascende di molto la sua manifestazione terrestre e gerarchica. Perciò in essa, ciò che è ricevuto, dovrà essere trasmesso fedelmente. Noi non siamo né inventori della verità, né i suoi padroni, ma solo coloro che la ricevono e hanno il compito di proteggerla e trasmetterla agli altri. Come diceva San Paolo parlando dell’Eucaristia: “io infatti ho ricevuto dal Signore quello che a mia volta vi ho trasmesso” (1Cor 11, 23). Il rispetto della Tradizione non è dunque una nostra scelta libera nella ricerca della verità, ma la sua base che deve essere accettata. Nella Chiesa la fedeltà alla Tradizione perciò, è un atteggiamento essenziale della Chiesa stessa. Il Motu Proprio, a mio parere, và inteso anche in questo senso. Esso è un possibile stimolo per una necessaria correzione di rotta. Infatti, in alcune scelte della riforma liturgica attuata dopo il Concilio, sono stati adottati degli orientamenti che hanno offuscato alcuni aspetti della liturgia, meglio riflettuta dalla precedente prassi, perché, da alcuni, il rinnovamento liturgico è stato inteso come qualcosa da realizzare ex novo. Però, sappiamo bene che tale non fu l’intenzione della Sacrosanctum Concilium, che rileva che “le nuove forme in qualche modo scaturiscano organicamente da quelle già esistenti” (SC 23).

Una caratteristica del Pontificato di Benedetto XVI sembra essere l’insistenza intorno a una corretta ermeneutica del Concilio Vaticano II. Secondo Lei il Motu Proprio “Summorum Pontificum” va in questa direzione? Se sì, in che senso? Già da Cardinale nei suoi scritti il Papa aveva rigettato un certo spirito di esuberanza visibile in alcuni circoli teologici motivati da un cosiddetto “spirito del Concilio” che per lui fu in realtà un vero “anti spirito” o un “Konzils - Ungeist” (Rapporto sulla Fede, San Paolo, 2005, capitolo 2). Cito testualmente tale scritto in cui il Papa sottolinea: “bisogna decisamente opporsi a questo schematismo di un prima e di un dopo nella storia della Chiesa, del tutto ingiustificato dagli stessi documenti del Vaticano II che non fanno che riaffermare la continuità del cattolicesimo” (ibid p. 33).
Ora, un tale errore di interpretazione del Concilio e del cammino storico-teologico della Chiesa ha influito su tutti i settori ecclesiali, liturgia inclusa. Un certo atteggiamento, di facile rigetto degli sviluppi ecclesiologici e teologici, come anche di quelli liturgici dell’ultimo millennio da un lato e una ingenua idolizzazione di ciò che sarebbe stato la mens della Chiesa cosiddetta dei primi cristiani dall’altro, ha avuto un influsso di non poca rilevanza sulla riforma liturgico-teologica dell’era post conciliare. Il rigetto categorico della Messa pre-conciliare, come un relitto di un’epoca ormai “superata”, fu il risultato di questa mentalità. Tanti hanno visto le cose in questo modo, per grazia di Dio, non tutti. La stessa Sacrosanctum Concilium, la Costituzione Conciliare sulla Liturgia, non offre alcuna giustificazione a tale atteggiamento. Sia nei principi generali che nelle norme proposte, il Documento è sobrio e fedele a ciò che significa la vita liturgica della Chiesa. Basti leggere il numero 23 di detto documento per essere convinti di tale spirito di sobrietà.
Alcune di queste riforme hanno abbandonato importanti elementi della Liturgia con le relative considerazioni teologiche: ora è necessario e importante recuperare questi elementi. Il Papa, considera il rito di San Pio V rivisto dal Beato Giovanni XXIII una via di recupero di quegli elementi offuscati dalla riforma, avrà certamente riflettuto tanto sulla sua scelta; sappiamo che ha consultato diversi settori della Chiesa su tale questione e, nonostante alcune posizioni contrarie, ha deciso di permettere la libera celebrazione di quel Rito. Tale mossa non è tanto, come dicono alcuni, un ritorno al passato, quanto il bisogno di riequilibrare in modo integro gli aspetti eterni, trascendenti e celesti con quelli terrestri e comunitari della liturgia. Essa aiuterà a stabilire eventualmente un equilibrio anche tra il senso del sacro e del mistero da un lato e quello dei gesti esterni e degli atteggiamenti e impegni socio-culturali derivanti dalla liturgia.

Quando era ancora Cardinale, Joseph Ratzinger insisteva molto sulla necessità di leggere il Concilio Vaticano II a partire dal suo primo documento e cioè la Sacrosanctum Concilium. Perché, secondo Lei, i Padri Conciliari hanno voluto dedicarsi innanzitutto alla liturgia?

Prima di tutto dietro tale scelta stava sicuramente la consapevolezza dell’importanza vitale della liturgia per la Chiesa. La liturgia, per così dire, è l’occhio del tifone, perché ciò che si celebra, è ciò che si crede e ciò che si vive: il famoso assioma Lex orandi, lex credendi. Perciò ogni vera riforma della Chiesa passa attraverso la liturgia. I Padri erano consci di tale importanza. D’altronde la riforma liturgica era un processo già in atto anche prima del Concilio a partire soprattutto dal Motu Proprio Tra le Sollecitudini di San Pio X e la Mediator Dei di Pio XII. È San Pio X che attribuì alla liturgia l’espressione “prima sorgente” dell’autentico spirito cristiano. Forse già anche l’esistenza delle strutture e dell’esperienza di chi si impegnava per lo studio e l’introduzione di alcune riforme liturgiche, stimolava i Padri Conciliari a scegliere la liturgia come materia da considerare per prima nelle sedute del Concilio. Papa Paolo VI rifletteva la mens dei Padri Conciliari sulla questione quando disse: “noi vi ravvisiamo l’ossequio della scala dei valori e doveri: Dio al Primo posto; la preghiera prima nostra obbligazione; la liturgia prima fonte della vita divina a noi comunicata, prima scuola della nostra vita spirituale, primo dono che possiamo fare al popolo cristiano…” (Paolo VI, Discorso di chiusura del 2° periodo del Concilio, 4 dicembre 1963).

In molti hanno letto la pubblicazione del Motu Proprio “Summorum Pontificum” come una volontà del Pontefice di avvicinare la Chiesa agli scismatici lefebvriani. È così secondo Lei? Va anche in questo senso il Motu Proprio? Si, ma non solo. Il Santo Padre spiegando le motivazioni della sua decisione, sia nel testo del Motu Proprio che nella lettera di presentazione scritta ai Vescovi, elenca anche altre ragioni importanti. Naturalmente avrà tenuto conto della richiesta sempre più crescente, fatta da diversi gruppi e soprattutto dalla Società di San Pio X e la Fraternità Sacerdotale di San Pietro come anche da Associazioni di Laici, per la liberalizzazione della Messa di San Pio V. Assicurare l’integrazione totale dei Lefebvriani era importante anche per il fatto che spesso, nel passato, sono stati commessi degli errori di giudizio causando inutili divisioni nella Chiesa, divisioni che ora sono diventate quasi insuperabili. Il Papa parla di questo possibile pericolo nella lettera di presentazione del Documento scritta ai Vescovi.

Quali sono a Suo avviso le problematiche più urgenti per la giusta celebrazione della Sacra liturgia? Quali le istanze su cui insistere maggiormente?
Credo che nella crescente richiesta per la liberalizzazione della Messa di San Pio V, il Papa abbia visto segni di un certo svuotamento spirituale causato dal modo con cui i momenti liturgici, sono finora celebrati nella Chiesa. Tale difficoltà scaturisce tanto da certi orientamenti della riforma liturgica post conciliare che tendevano a ridurre, o meglio ancora, a confondere aspetti essenziali della fede, quanto da atteggiamenti avventurosi e poco fedeli alla disciplina liturgica della stessa riforma; il che si constata ovunque. Credo che una delle cause per l’abbandono di alcuni elementi importanti, del rito tridentino nella realizzazione della riforma post conciliare da parte di certi settori liturgici sia il risultato di un abbandono o d’una sottovalutazione di ciò che sarebbe successo nel secondo millennio della storia della liturgia. Alcuni liturgisti vedevano gli sviluppi di questo periodo piuttosto negativamente. Tale giudizio è erroneo perché quando si parla della tradizione vivente della Chiesa non si può scegliere qua e là ciò che concorda con le nostre idee pre concepite. La Tradizione, considerata in un senso generale anche negli ambiti della scienza, filosofia o teologia, è sempre qualcosa di vivente che continua a evolvere e progredire anche nei momenti alti e bassi della storia. Per la Chiesa la Tradizione vivente è una delle fonti della rivelazione divina ed è frutto di un processo di evoluzione continuo. Ciò è vero anche nella tradizione liturgica, con la “t” minuscola. Gli sviluppi della liturgia nel secondo millennio hanno il loro valore. La Sacrosanctum Concilium non parla di un nuovo Rito, o di un momento di rottura, ma di una riforma che emerga organicamente da ciò che già esiste. È per questo che il Papa dice: “nella storia della liturgia c’è crescita e progresso, ma nessuna rottura. Ciò che per le generazioni anteriori era sacro, anche per noi resta sacro e grande, e non può essere improvvisamente del tutto proibito o, addirittura, giudicato dannoso” (Lettera ai Vescovi, 7 luglio 2007). Idolatrare ciò che è successo nel primo Millennio a scapito di quello successivo è, dunque, un atteggiamento poco scientifico. I Padri Conciliari non hanno mostrato un tale atteggiamento.
Una seconda problematica sarebbe quella di una crisi di obbedienza verso il Santo Padre che si nota in alcuni ambienti. Se tale atteggiamento di autonomia è visibile fra alcuni ecclesiastici, anche nei ranghi più alti della Chiesa, non giova certamente alla nobile missione che Cristo ha affidato al suo Vicario.
Si sente che in alcune nazioni o diocesi sono state emanate dai Vescovi delle regole che praticamente annullano o deformano l’intenzione del Papa. Tale comportamento non è consono con la dignità e la nobiltà della vocazione di un pastore della Chiesa. Non dico che tutti siano così. La maggioranza dei Vescovi ed ecclesiastici hanno accettato, con il dovuto senso di riverenza e obbedienza, la volontà del Papa. Ciò è veramente lodevole. Purtroppo ci sono state delle voci di protesta da parte di certuni. Allo stesso tempo non si può ignorare che tale decisione fui necessaria perché come dice il Papa la Santa Messa: “in molti luoghi non si celebrava in modo fedele alle prescrizioni del nuovo Messale, ma esso veniva addirittura inteso come un’autorizzazione o perfino come un obbligo alla creatività, la quale porta spesso a deformazioni della liturgia al limite sopportabile”. “Parlo per esperienza”, continua il Papa “perché ho vissuto anche io quel periodo con tutte le sue attese e confusioni e ho visto quanto profondamente siano state ferite dalle deformazioni arbitrarie della liturgia, persone che erano totalmente radicate nella fede della Chiesa” (Lettera ai Vescovi). Il risultato di tali abusi fu un crescente spirito di nostalgia per la Messa di San Pio V. Inoltre un senso di disinteresse generale a leggere e rispettare sia i documenti normativi della Santa Sede, nonché le stesse Istruzioni e Premesse dei libri liturgici peggiorò la situazione. La liturgia ancora non sembra figurare sufficientemente nella lista delle priorità per i Corsi di Formazione continua degli ecclesiastici. Distinguiamo bene. La riforma post conciliare non è del tutto negativa; anzi ci sono molti aspetti positivi in ciò che fu realizzato. Ma ci sono anche dei cambiamenti introdotti abusivamente che continuano ad essere portati avanti nonostante i loro effetti nocivi sulla fede e sulla vita liturgica della Chiesa. Parlo qui per esempio d’un cambiamento effettuato nella riforma, il quale non fu proposto né dai Padri Conciliari né dalla Sacrosanctum Concilium, cioè la comunione ricevuta sulla mano. Ciò ha contribuito in qualche modo ad un certo calo di fede nella Presenza reale di Cristo nell’Eucaristia. Questa prassi, e l’abolizione delle balaustre dal presbiterio, degli inginocchiatoi dalle chiese e l’introduzione di pratiche che obbligano i fedeli a stare seduti o in piedi durante l’elevazione del Santissimo Sacramento riducono il genuino significato dell’Eucaristia e, il senso della profonda adorazione che la Chiesa deve rivolgere verso il Signore, l’Unigenito Figlio di Dio. Inoltre, la Chiesa, dimora di Dio viene in alcuni luoghi usata come un’aula per incontri fraterni, concerti o celebrazioni inter-religiose. In qualche chiesa il Santissimo Sacramento viene quasi nascosto e abbandonato in una Cappellina invisibile e poco decorata. Tutto questo oscura la fede così centrale della Chiesa, nella presenza reale di Cristo. Per noi cattolici la Chiesa è essenzialmente la dimora dell’eterno. Un altro serio errore è quello di confondere i ruoli specifici del clero e dei laici sull’altare rendendo il presbiterio un luogo di disturbo, di troppo movimento e non certamente “il luogo” dove il cristiano riesce a cogliere il senso di stupore e splendore davanti alla presenza e all’azione salvifica del Signore. L’uso delle danze, degli strumenti musicali e di canti che ben poco hanno di liturgico, non sono per nulla consoni all’ambiente sacro della chiesa e della liturgia; aggiungo anche certe omelie di carattere politico-sociale spesso poco preparate. Tutto ciò snatura la celebrazione della S. Messa e ne fa una coreografia e una manifestazione di teatralità, ma non di fede. Ci sono anche altri aspetti poco coerenti con la bellezza e lo stupore di ciò che si celebra sull’altare. Non tutto va male con il Novus Ordo, ma molte cose ancora devono essere messe in ordine evitando ulteriori danni alla vita della Chiesa. Credo che il nostro atteggiamento verso il Papa, le sue decisioni e l’espressione della sua sollecitudine per il bene della Chiesa deve essere solo quello che San Paolo raccomandò ai Corinzi - “ma tutto si faccia per edificazione” (1Cor 14, 26).  
Agenzia Fides 16/11/2007  


Telefono e Fax: 0721/96582 - E-mail: sangiovanniapostolo@libero.it