TRIDUO PASQUALE

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IL TRIDUO PASQUALE (www laChiesa.it) 


1 - Il mistero pasquale si attua nel tempo

La vita dell’uomo si svolge nel tempo. La percezione che l’uomo ha della realtà, è misurata dal tempo. L’uomo non riesce tuttavia a “comprendere” l’intima natura del tempo che rimane per lui una cosa misteriosa, indefinibile, nella quale è difficile distinguere chiaramente l’elemento oggettivo dall’elemento soggettivo.

Noi sappiamo però dalla rivelazione che Dio, il quale è al di fuori e al di sopra del tempo, per incontrarsi con noi e per salvarci ha agito nel tempo e attraverso il tempo. Da questa azione di Dio nel tempo, il tempo stesso è rimasto come santificato, diventando mezzo del nostro progressivo cammino verso l’unione piena e definitiva con Dio. Ogni vita umana e ogni parte della vita umana diventa allora una tappa, un momento di questo cammino.

Poichè la nostra vita umana si compie nel tempo, successivamente e progressivamente, lo stesso si verifica anche per la nostra vita nuova, ricevuta da Dio in Cristo.

L’inizio di questa vita nuova e il suo progressivo sviluppo fino alla pienezza definitiva vengono designati con il nome di “mistero pasquale”. Il mistero pasquale consiste infatti nel passaggio da questo mondo, attraverso una comunione di morte nell’obbedienza del Figlio, verso un mondo nuovo, dominato dallo Spirito, nella gloria della risurrezione presso il Padre (cf Gv 13,1; Fil 2,6-11). Questo passaggio che si è già compiuto in Cristo (e in Maria), continua a realizzarsi per tutte le altre membra del suo corpo mistico. Esso sarà completo al termine della storia, quando il Cristo ritornerà nella gloria “per giudicare i vivi e i morti”.


2 - Attualizzazione del mistero pasquale nell’azione liturgica

Ecco perchè ciò che noi cristiani celebriamo nell’azione liturgica non è un semplice ricordo di un avvenimento passato, ma la attualizzazione di un atto salvifico che continua a influire anche ora sulle membra del corpo di Cristo. Nella celebrazione liturgica non si ha dunque solamente un ricordo, ma anche una presenza; come pure una anticipazione del ritorno di Cristo: il chè significa che, nel medesimo tempo, noi aspettiamo questo ritorno e, partecipando alla pasqua del Signore, noi contribuiamo alla sua venuta.

Accenniamo ora al problema del carattere reale delle feste e delle celebrazioni cristiane: quando i testi liturgici usano il termine “hodie”, vuol dire che oggi il gesto salvifico di Cristo, rievocato nella festa, viene realmente rinnovato?

Possiamo rispondere nel modo seguente: tutta la nostra vita cristiana - come si è appena detto - realizza il nostro passaggio “da questo mondo al Padre”. Quando dunque noi celebriamo la Pasqua (nei tre giorni del triduo santo e nell’intero ciclo pasquale, come pure ogni domenica e in ogni sacramento), non celebriamo un avvenimento passato, ma un fatto presente, sempre attuale. Non è tuttavia l’atto storico del passaggio di Cristo che diventa presente, atto che è stato compiuto una volta per sempre; ciò che è attuale e avviene ora, è il nostro passaggio di membra del Cristo, passaggio che si compie ora sotto l’influsso e la’azione attuale di Gesù che è passato una volta per sempre “da questo mondo al Padre” (Gv 13,1).

Quanto si può affermare della celebrazione pasquale non si può dire nel medesimo modo delle altre feste, anche se esse pure usano l’”hodie”, se non nella misura in cui queste sono momenti particolari o aspetti del mistero pasquale. Ad esempio il Natale. E’ la festa della nascita umana del Figlio di Dio. Ebbene, mai nella sacra Scrittura si afferma che noi dobbiamo partecipare a questa nascita, così come viene invece detto che dobbiamo partecipare alla morte-risurrezione di Cristo. Non è alla nascita umana di Cristo, ma alla sua nascita divina che noi veniamo associati.

Occorre ricordare come, storicamente, la celebrazione della iniziazione cristiana abbia dato una dimensione di particolare attualità alla commemorazione annuale del mistero di morte e risurrezione di Cristo che veniva vissuto nel “passaggio” dei catecumeni alla vita nuova.

Inoltre, l’adesione interiore a questo “passaggio” del Signore, non è semplice atto individuale, ma un fatto universale, ecclesiale, causato da un intervento attuale di Cristo che agisce ora, oggi, per mezzo dei gesti sacramentali della sua Chiesa, per la trasformazione e la risurrezione del mondo.


3 - Il centro: la veglia pasquale

a) Significato della celebrazione

Finora abbiamo parlato dell’attualità del mistero pasquale. Vediamo ora come la liturgia, a partire almeno dalla metà del secondo secolo (e forse dalla fine della stessa epoca apostolica) celebri questo mistero.

Al centro sta la veglia pasquale che celebra l’intera storia della salvezza culminante nella morte e risurrezione di Gesù. Questa veglia comporta una celebrazione della parola (più estesa che nelle messe ordinarie), la celebrazione della iniziazione cristiana e la celebrazione eucaristica nella quale ha culmine lo stesso rito di iniziazione vissuto dai neofiti e rivissuto(mediante la rinnovazione delle promesse battesimali) da tutti i fedeli. Più tardi si è sviluppato una celebrazione introduttoria centrata sulla luce. La celebrazione eucaristica di questa notte è stata seguita, alle origini (e più a lungo delle altre domeniche) da un’agape con la quale veniva rotto il digiuno e inaugurata la pentecoste gioiosa.

Quando le comunità cristiane diventarono troppo numerose per la celebrazione di un’agape generale nella chiesa, si continuò a celebrare queste agapi nelle case private, mentre solo i presbiteri con le loro spose, le vedove e le vergini, celebravano l’agape nella chiesa.

(Sotto questa forma si potrebbe ancora oggi dare vita ad una prassi di gioiosa conclusione familiare alla celebrazione sacramentale della pasqua, a condizione di poter ritrovare il senso spirituale di questo pasto fraterno - v. Comunità Neocatecumenali).

Con i cinque elementi enumerati, la veglia pasquale si presenta come la più intensa celebrazione del mistero pasquale nella sua totalità. Il fatto di vegliare tutta la notte significa che nella notte di questa vita noi aspettiamo l’alba della risurrezione (il ritorno di Cristo) che già ci illumina nella fede (celebrazione della luce). La celebrazione della parola richiama, attraverso le varie letture, tutta la storia della salvezza. Con la celebrazione battesimale noi riviviamo, e i neofiti inaugurano, la partecipazione al mistero di morte e risurrezione del Signore. Il tutto culmina nella eucarestia, sacramento per eccellenza della pasqua, che acquista in questa notte una significatività e una intensità maggiori. L’agape può prolungare la celebrazione eucaristica e come questa prefigura il banchetto escatologico al quale il mistero pasquale ci introduce (Lc 22,16-18) .

b) Pastorale liturgica della veglia pasquale

Affinchè la celebrazione della veglia pasquale abbia davvero significato occorre che effettivamente la comunità vegli almeno per una parte della notte, e che la veglia pasquale non abbia l’apparenza di una solita messa del sabato sera, solo un po’ più lunga del solito. Si dovrebbe quindi dare inizio alla celebrazione piuttosto tardi e non si dovrebbe avere una paura esagerata della lunghezza, specialmente se la celebrazione comporta l’amministrazione dei battesimi.

La Veglia si svolge in questo modo: dopo una breve liturgia della luce , l’assemblea medita le “meraviglie” che il Signore ha compiuto per il suo popolo fin dall’inizio e confida nella sua parola e nella sua promessa (liturgia della Parola), fino al momento in cui, avvicinandosi il giorno della risurrezione, con i suoi membri rigenerati dal Battesimo (liturgia battesimale), viene invitata alla mensa, che il Signore ha preparato al suo popolo (liturgia eucaristica).

NOTE PASTORALI. Nel corso della liturgia della Parola, si utilizzi la grande ricchezza offerta dal lezionario. Le letture e i canti possono essere presentati e spiegati con opportune didascalie. I lettori devono avere coscienza di essere strumenti vivi della Parola di Dio e che la proclamazione della Parola ha un’efficacia trasformatrice per tutti coloro che aprono il loro cuore ad accoglierla con fede. L’omelia metterà in evidenza il senso generale della liturgia pasquale come attualizzazione del mistero. Come l’eucarestia è il punto culminante della veglia pasquale, così il battesimo ne è il centro: una veglia pasquale senza celebrazione battesimale rimane lacunosa.

 

4 - Il triduo pasquale

a) Il significato

I tre giorni che vanno dalla sera del giovedì santo alla sera della domenica di Pasqua (cf Cal. Rom. 19) costituiscono il triduo “della morte sepoltura e risurrezione” del Signore .

Agli inizi, il venerdì e il sabato sono stati caratterizzati dal digiuno e la domenica dalla gioia, senza però che ci siano state delle celebrazioni liturgiche oltre quella della veglia pasquale nella notte fra il sabato e la domenica. In questo senso non si può dire che il triduo pasquale sia una estensione della veglia pasquale. Eso costituisce piuttosto un qualche cosa di presupposto affinchè questa possa assumere tutta la pienezza del suo significato. La notte pasquale è il passaggio dal digiuno alla gioia, come è stata il passaggio, per Cristo, dalla morte alla vita.

Con il digiuno si partecipa alla passione e morte di Cristo; con la gioia si è uniti alla sua risurrezione. Nel secondo secolo si riteneva il digiuno precedente la veglia pasquale così essenziale per la celebrazione della pasqua che i termini “digiunare” e “celebrare la pasqua” sono stati usati come sinonimi. Anche la costituzione conciliare sulla liturgia (S.C. 110) insiste sull’importanza di questo digiuno.

Le altre celebrazioni del triduo pasquale hanno iniziato ad evolversi separatamente, quando, soprattutto sotto l’influsso dei pellegrinaggi fatti a Gerusalemme, si è cominciato a distinguere i vari momenti storici del grande avvenimento pasquale. Nacquero così le celebrazioni eucaristiche del giovedì santo e della domenica e la liturgia non-eucaristica del venerdì santo. E’ a questo punto che si può davvero parlare di estensione (per anticipazione e per prolungamento) della liturgia della notte pasquale.

Il venerdì e il sabato sono rimasti senza eucaristia, probabilmente per due ragioni storiche:

1) Quando la celebrazione della Pasqua si venne organizzando, non esisteva ancora la consuetudine di celebrare l’eucarestia nei giorni feriali; e la tradizione di questi giorni liturgici è stata fissata in tempi molto antichi.

2) La coscienza del valore speciale del digiuno in questi due giorni si è mantenuta a lungo, anche dopo l’introduzione della quaresima. E questo digiuno era un digiuno completo in partecipazione alla sofferenza di Cristo, mentre l’eucarestia comporta di per sè gioia e termine del digiuno. Questi motivi hanno portato alla preservazione dell’usanza primitiva e l’eucarestia della veglia pasquale è tanto quella del venerdì come del sabato.

b) Pastorale liturgica

La catechesi del triduo pasquale deve metterne in evidenza l’intima unità culminante nella veglia. Il venerdì e il sabato dovrebbero essere, nella misura del possibile, giorni di digiuno, di raccoglimento e di preghiera (cf Cal. Rom. 20).

L’eucaristia del giovedì santo, che ha come tema centrale l’istituzione del mistero eucaristico stesso e il gesto di Gesù che lava i piedi dei suoi discepoli, visti sullo sfondo del tradimento e della agonia, è una celebrazione di per se stessa orientata alla consumazione del mistero pasquale ed atta ad introdurre i fedeli alla sua celebrazione. Segue, al termine, l’adorazione del Santissimo Sacramento, dove deve essere favorita la meditazione silenziosa.

La celebrazione non-eucaristica del venerdì (liturgia della Parola, venerazione della croce e comunione) ha come scopo di far penetrare più profondamente nella meditazione e nella partecipazione del mistero pasquale e di preparare alla veglia.

ORIGINE DELLA QUARESIMA

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L’ORIGINE DELLA QUARESIMA 
Tre articoli   


1-Origine della Quaresima
 
Non è dato sapere con certezza dove, per mezzo di chi e come sia sorta la quaresima, soprattutto a Roma, sappiamo solo che si è andata formando progressivamente.            Prima ancora che dai canoni conciliari un’osservanza preparatoria alla pasqua dovette nascere dal senso stesso e dal genio soprannaturale del cristianesimo. I primi accenni diretti ad un periodo pre-pasquale li abbiamo in Oriente al principio del IV sec. Una pressi penitenziale preparatoria alla pasqua col digiuno, però aveva cominciato ad affermarsi fin dalla metà del II sec. Dalla fine del IV sec. La struttura della quaresima è quella dei “quaranta giorni” considerati alla luce del simbolismo biblico che dà a questo tempo un valore salvifico-redentivo, di cui è segno la denominazione di esso come sacramentum. Allo sviluppo della quaresima ha contribuito la disciplina penitenziale per la riconciliazione dei peccati che avveniva la mattina del giovedì santo e le esigenze sempre crescenti del catecumenato con la preparazione immediata al battesimo, celebrato nella notte di pasqua. ( A. Bergamini, QUARESIMA: in Nuovo Dizionario di Liturgia 1984 )        

 
 2-Origine della quaresima ( www laChiesa.it)

Non si sa con certezza dove, per mezzo di chi e come sia sorto questo periodo di tempo che i cristiani dedicano per la preparazione alla pasqua. Sappiamo soltanto che ha avuto uno sviluppo lento e progressivo. Per praticità espositiva possiamo distinguere in maniera sintetica sei periodi corrispondenti ad altrettante prassi liturgiche.

Il digiuno del Venerdì e del Sabato santo (fino al II secolo)

Nella chiesa primitiva la celebrazione della pasqua era anticipata da uno o due giorni di digiuno. Comunque tale digiuno sembra fosse orientato non tanto alla celebrazione pasquale quanto all’amministrazione del battesimo che pian piano veniva riservata alla veglia pasquale. La prassi del digiuno era indirizzata innanzitutto ai catecumeni e poi estesa al ministro del battesimo e a tutta la comunità ecclesiale. Tale digiuno non aveva scopo penitenziale ma ascetico-illuminativo.

Una settimana di preparazione (III secolo)

In questo periodo a Roma la Domenica precedente la pasqua era denominata “Domenica di passione” e nel Venerdì e Mercoledì di questa stessa settimana non si celebrava l’eucaristia. L’estensione del digiuno per tutta la settimana precedente la pasqua è certa solamente per la Chiesa di Alessandria.

Tre settimane di preparazione (IV secolo)

Di tale consuetudine è testimone uno storico del V secolo, Socrate. Durante queste tre settimane si proclamava il vangelo di Giovanni. La lettura di questo testo è giustificata dal fatto che esso è ricco di brani che si riferiscono alla prossimità della pasqua e alla presenza di Gesù a Gerusalemme.

Sei settimane di preparazione (verso la fine del IV secolo)

Questa preparazione prolungata fu motivata dalla prassi penitenziale. Coloro che desideravano essere riconciliati con Dio e con la Chiesa iniziavano il loro cammino di preparazione nella prima di queste Domeniche (più tardi verrà anticipata al Mercoledì immediatamente precedente) e veniva concluso la mattina del Giovedì santo, giorno in cui ottenevano la riconciliazione. In tal modo i penitenti si sottoponevano a un periodo di preparazione che durava quaranta giorni. Da qui il termine latino Quadragesima.
I penitenti intraprendevano questo cammino attraverso l’imposizione delle ceneri e l’utilizzazione di un abito di sacco in segno della propria contrizione e del proprio impegno ascetico.

Ulteriore prolungamento: il Mercoledì delle ceneri (verso la fine del V secolo)

Verso la fine del V secolo, ha inizio la celebrazione del Mercoledì e del Venerdì precedenti la Quaresima come se ne facessero parte. Si giunge a imporre le ceneri ai penitenti il Mercoledì di questa settimana antecedente la prima Domenica di quaresima, rito che verrà poi esteso a tutti i cristiani. A partire da questa fase incominciano a delinearsi anche le antiche tappe del catecumenato, che preparava al battesimo pasquale nella solenne veglia del Sabato santo; infatti questo tempo battesimale si integrava con il tempo di preparazione dei penitenti alla riconciliazione del Giovedì santo. Fu così che anche i semplici fedeli - ovvero quanti non erano catecumeni né pubblici penitenti - vennero associati a questo intenso cammino di ascesi e di penitenza per poter giungere alle celebrazioni pasquali con l’animo disposto a una più autentica partecipazione.

Sette settimane di preparazione (VI secolo)

Nel corso del VI secolo, tutta la settimana che precede la prima Domenica di quaresima è dedicata alla celebrazione pasquale La Domenica con cui ha inizio viene chiamata Quinquagesima perché è il cinquantesimo giorno prima di pasqua. Tra il VI e il VII secolo si costituì un ulteriore prolungamento con altre due Domeniche. La tendenza ad anticipare il tempo forte della quaresima ne svigorisce in qualche modo la peculiarità.

In sintesi: allo sviluppo della quaresima ha contribuito la disciplina penitenziale per la riconciliazione dei peccatori che avveniva la mattina del giovedì santo e le esigenze sempre crescenti del catecumenato con la preparazione immediata al battesimo, celebrato nella notte di Pasqua.

La celebrazione della quaresima oggi

L’evoluzione progressiva della quaresima, definita da alcuni studiosi “selvaggia”, richiedeva un radicale rinnovamento. Fu così che il Concilio Vaticano II ha semplificato la struttura di questo tempo liturgico sovraccaricato dalle aggiunte pre-quaresimali.

La Costituzione conciliare sulla liturgia, Sacrosanctum Concilium, al n. 109 afferma:

Il duplice carattere del tempo quaresimale che, soprattutto mediante il ricordo o la preparazione del battesimo e mediante la penitenza, dispone i fedeli alla celebrazione del mistero pasquale con l’ascolto più frequente della parola di Dio e con più intensa preghiera, sia posto in maggiore evidenza tanto nella liturgia quanto nella catechesi liturgica. Perciò:

a) si utilizzino più abbondantemente gli elementi battesimali propri della liturgia quaresimale e, se opportuno, se ne riprendano alcuni dalla tradizione antica;

b) lo stesso si dica degli elementi penitenziali. Quanto alla catechesi poi si imprima nell’animo dei fedeli , insieme con le conseguenze sociali del peccato, quell’aspetto proprio della penitenza che detesta il peccato in quanto è offesa a Dio; né si dimentichi la parte della chiesa nell’azione penitenziale e si solleciti la preghiera per i peccatori.

A tale dettato conciliare si è ispirato il rinnovamento del lezionario e del messale in riferimento alle celebrazioni quaresimali. Fedele a questo indirizzo, la riforma ha ridato alla quaresima prima di tutto il suo orientamento pasquale-battesimale; ne ha fissato il tempo con decorrenza dal Mercoledì delle ceneri fino alla messa “in Coena Domini” esclusa; per conservare l’unità interna ha ridotto il tempo della passione: solo la VI Domenica, la quale dà inizio alla settimana santa, viene chiamata “Domenica delle palme”, “de passione Domini”. In tal senso la settimana santa conclude la quaresima ed ha come scopo la venerazione della passione di Cristo a partire dal suo ingresso messianico a Gerusalemme.

Oltre alla ricchezza dei testi eucologici (colletta, orazione sulle offerte, prefazio, orazione dopo la comunione), nei formulari quaresimali riformati abbiamo una abbondanza di testi biblici. La celebrazione liturgica quaresimale, anche sotto il punto di vista tematico, pone l’accento principale sulla Domenica. Nelle cinque Domeniche precedenti la Domenica delle palme, il lezionario offre la possibilità di tre itinerari diversi e insieme complementari.

  
3-Origine della quaresima
In Celebrare la Quaresima a cura di Enzo Lodi, ed EMP 1989
 

1-Per una breve sintesi della Quaresima si possono individuare tre tappe.

 

A)    Nella I fase, il digiuno ascetico – ben distinto dal severo digiuno pasquale propriamente detto del venerdì e del sabato santo (Mt 9,15: “verranno giorni in cui digiuneranno quando lo Sposo sarà loro tolto”), che precedeva il triduo pasquale -, è già previsto dal Concilio di Nicea del 325, in onore e ad imitazione dei quaranta giorni. Questi hanno un grande significato simbolico nella Bibbia: anzitutto il digiuno di Gesù nel deserto; poi i 40 giorni del diluvio; i 40 giorni di Mosè sul monte Sinai; i 40 giorni di Elia in cammino verso il monte Oreb; i 40 giorni della predicazione di Giona a Ninive; i 40 anni di prova e peregrinazione del popolo eletto nel deserto.

Questo digiuno dei 40 giorni doveva incominciare alla sesta domenica prima di Pasqua; ma poiché a Roma la domenica non si digiunava (in Oriente e a Milano anche il sabato), era necessario anticipare di quattro giorni il digiuno, incominciando dal mercoledì (in capite ieiunii), aggiungendo nel calcolo della quarantena anche il venerdì e il sabato santo. La parassi del digiuno era già nota fin dal tempo della Didaché 8,1 (II secolo), quando si ricorda di “non digiunare come gli ipocriti” (Mt 6,16) il lunedì e il giovedì, ma il mercoledì e il venerdì. Il mercoledì infatti ricordava il tradimento di Giuda; il venerdì, la morte di Cristo (Tertulliano, De digiuno 10; e Didascalia siriana del III secolo, V, 14,14); a Roma però si aggiunse anche il sabato, come attesta Innocenzo I (Ep 25,5) nel secolo V.

 

B)    Nella II fase, al secolo VI, furono aggiunte altre tre settimane alle sei precedenti la Pasqua: una specie di prequaresima (50 giorni =Quinquagesima; 60 giorni=Sessagesima; 70 giorni =Serruagesima), composta di due settimane e mezza prima del mercoledì delle ceneri: però senza digiuno ma con il colore viola proprio della penitenza e l’omissione del Gloria, del Alleluia e del Te Deum. La prassi del digiuno antico si limitava ad un pasto serale e all’astensione dalla carne e dal vino, con l’aggiunta tardiva dell’astinenza anche dai latticini (latte, burro, formaggio).

 

In questa II fase occorre ricordare anche le tappe antiche del catecumenato, che preparava al battesimo pasquale nella solenne Veglia del sabato notte; infatti questo tempo battesimale si integrava con l’altro tempo della preparazione dei penitenti alla riconciliazione del giovedì santo., a Roma. Dunque dalle probabili tre settimane primitive di digiuno, la Quaresima delle sei settimane, che dai secoli VI-VII era stata estesa alle nove (fino a settuagesima), comprendeva le liturgie nelle domeniche, ed anche le sinassi (assemblee) nei mercoledì e venerdì (aliturgiche); poi nel secolo V, quelle dei lunedì; e dal secolo VI, anche dei martedì e sabati (con la celebrazione eucaristica); infine nel secolo VIII, anche dei giovedì. Questa struttura integrata dove il popolo fedele veniva associato ai due gruppi dei penitenti e dei catecumeni, permetteva ai battezzati una partecipazione più autentica alla Pasqua, che a Roma era già in uso per i 40 giorni dal 384 (o forse una data anteriore di qualche anno). Poiché alla fine del IV secolo la preparazione prossima al battesimo era già contenuta nei limiti dei 40 giorni, comportando una formazione morale, dottrinale e sacramentale (Leone M. Ep. 16,6), è bene ricordare che alla V domenica si faceva il commento al Simbolo di fede (traditio simboli = consegna del simbolo o credo degli apostoli). Inoltre si facevano dei riti sacramentali ordinati a far cerimonie di esorcismi che si chiamavano “scrutini” (scrutare = penetrare), fissati alle domeniche: III (vangelo della samaritana), IV (vangelo del cieco nato) e V (vangelo della risurrezione di Lazzaro). Al secolo VI, con la scomparsa del catecumenato semplice (con trasferimento dell’entrata nel catecumenato e dell’iscrizione del nome al primo scrutinio) si concentrarono i riti della isuflazione – signazione – imposizione del sale nel primo scrutinio, che terminava con l’esorcismo sugli eletti. Il terzo scrutinio fu completato dalla consegna del simbolo (quello niceno-costantinopolitano, sostituito a quello apostolico); e poi anche dalla consegna del Padre nostro; e infine da quella dei vangeli). Al secolo VI, le lettere domenicali dei tre scrutini furono trasferite ai mercoledì e venerdì della III e IV settimana.

 

C)    La III fase è caratterizzata dal rito di imposizione delle ceneri al mercoledì, che originariamente era riservato ai peccatori pubblici; ma dopo che la penitenza pubblica, nel secoloX, era caduta in disuso, tale rito fu esteso a tutti i fedeli; e nel secolo XII di fatto si estese a tutta la Chiesa occidentale con la prescrizione di bruciare rami di palma o di olivo per ottenere le ceneri.

  

2- La riforma del Vaticano II (sc 109) ha semplificato la struttura quaresimale sovraccaricata dalle aggiunte della prequaresima secondo queste linee: a) accentuando la caratterizzazione battesimale nel primo ciclo delle letture domenicali, che riprendono i tre scrutini battesimali dei vangeli della samaritana (III domenica), del cieco nato (IV domenica) e di Lazzaro (V domenica); b) con la denominazione delle singole sei domeniche con sei prefazi relativi ai vangeli (per le domeniche III-IV-V solo per l’anno A); c) con la pausa nella IV domenica detta “Laetare” (colore rosaceo: secolo XVI, uso di portare fiori, dal secoloX) nell’austerità; d) con la soppressione della I domenica di Passione alla V domenica, con l’uso di velare le immagini sacre, riservando tale titolo alla seta domenica della Passione nelle Palme. La processione è già nota dal secoloVIII in Occidente si celebra questa processione delle palme che richiama l’entrata di Gesù nella sua città, col trionfo messianico prima di iniziare la sua passione; e) con il riordinamento del legionario festivo e feriale che rispetta l’unità tematica fra le tre o due letture; f) con la possibilità di compiere, anche fuori della messa (come liturgia della parola) il rito del mercoledì delle ceneri; e con la possibilità di celebrare anche in un giorno della settimana santa la messa crismale, alla quale può essere unita la rinnovazione delle promesse sacerdotali; g) con la accentuazione dell’unità interna della Quaresima, dando un chiaro orientamento pasquale-battesimale al ciclo delle sei settimane, in cui il segno sacramentale della nostra conversione (colletta della I domenica) costituisce il senso profondo della penitenza quaresimale.

MESSAGGI SULLA QUARESIMA DI BENEDETTO XVI

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MESSAGGIO DI SUA SANTITÀ
BENEDETTO XVI
PER LA QUARESIMA 2006
 

 

Gesù, vedendo le folle, ne sentì compassione” (Mt 9, 36)  


Carissimi fratelli e sorelle!

La Quaresima è il tempo privilegiato del pellegrinaggio interiore verso Colui che è la fonte della misericordia. È un pellegrinaggio in cui Lui stesso ci accompagna attraverso il deserto della nostra povertà, sostenendoci nel cammino verso la gioia intensa della Pasqua. Anche nella “valle oscura” di cui parla il Salmista (Sal 23,4), mentre il tentatore ci suggerisce di disperarci o di riporre una speranza illusoria nell’opera delle nostre mani, Dio ci custodisce e ci sostiene. Sì, anche oggi il Signore ascolta il grido delle moltitudini affamate di gioia, di pace, di amore. Come in ogni epoca, esse si sentono abbandonate. Eppure, anche nella desolazione della miseria, della solitudine, della violenza e della fame, che colpiscono senza distinzione anziani, adulti e bambini, Dio non permette che il buio dell’orrore spadroneggi. Come infatti ha scritto il mio amato Predecessore Giovanni Paolo II, c’è un “limite divino imposto al male”, ed è la misericordia (Memoria e identità, 29 ss). È in questa prospettiva che ho voluto porre all’inizio di questo Messaggio l’annotazione evangelica secondo cui “Gesù, vedendo le folle, ne sentì compassione” (Mt 9,36). In questa luce vorrei soffermarmi a riflettere su di una questione molto dibattuta tra i nostri contemporanei: la questione dello sviluppo. Anche oggi lo “sguardo” commosso di Cristo non cessa di posarsi sugli uomini e sui popoli. Egli li guarda sapendo che il “progetto” divino ne prevede la chiamata alla salvezza. Gesù conosce le insidie che si oppongono a tale progetto e si commuove per le folle: decide di difenderle dai lupi anche a prezzo della sua vita. Con quello sguardo Gesù abbraccia i singoli e le moltitudini e tutti consegna al Padre, offrendo se stesso in sacrificio di espiazione.

Illuminata da questa verità pasquale, la Chiesa sa che, per promuovere un pieno sviluppo, è necessario che il nostro “sguardo” sull’uomo si misuri su quello di Cristo. Infatti, in nessun modo è possibile separare la risposta ai bisogni materiali e sociali degli uomini dal soddisfacimento delle profonde necessità del loro cuore. Questo si deve sottolineare tanto maggiormente in questa nostra epoca di grandi trasformazioni, nella quale percepiamo in maniera sempre più viva e urgente la nostra responsabilità verso i poveri del mondo. Già il mio venerato Predecessore, il Papa Paolo VI, identificava con precisione i guasti del sottosviluppo come una sottrazione di umanità. In questo senso nell’Enciclica Populorum progressio egli denunciava “le carenze materiali di coloro che sono privati del minimo vitale, e le carenze morali di coloro che sono mutilati dall’egoismo… le strutture oppressive, sia che provengano dagli abusi del possesso che da quelli del potere, sia dallo sfruttamento dei lavoratori che dall’ingiustizia delle transazioni” (n. 21). Come antidoto a tali mali Paolo VI suggeriva non soltanto “l’accresciuta considerazione della dignità degli altri, l’orientarsi verso lo spirito di povertà, la cooperazione al bene comune, la volontà di pace”, ma anche “il riconoscimento da parte dell’uomo dei valori supremi e di Dio, che ne è la sorgente e il termine” (ibid.). In questa linea il Papa non esitava a proporre “soprattutto la fede, dono di Dio accolto dalla buona volontà dell’uomo, e l’unità nella carità di Cristo” (ibid.). Dunque, lo “sguardo” di Cristo sulla folla, ci impone di affermare i veri contenuti di quell’«umanesimo plenario» che, ancora secondo Paolo VI, consiste nello “sviluppo di tutto l’uomo e di tutti gli uomini” (ibid., n. 42). Per questo il primo contributo che la Chiesa offre allo sviluppo dell’uomo e dei popoli non si sostanzia in mezzi materiali o in soluzioni tecniche, ma nell’annuncio della verità di Cristo che educa le coscienze e insegna l’autentica dignità della persona e del lavoro, promuovendo la formazione di una cultura che risponda veramente a tutte le domande dell’uomo.

Dinanzi alle terribili sfide della povertà di tanta parte dell’umanità, l’indifferenza e la chiusura nel proprio egoismo si pongono in un contrasto intollerabile con lo “sguardo” di Cristo. Il digiuno e l’elemosina, che, insieme con la preghiera, la Chiesa propone in modo speciale nel periodo della Quaresima, sono occasione propizia per conformarci a quello “sguardo”. Gli esempi dei santi e le molte esperienze missionarie che caratterizzano la storia della Chiesa costituiscono indicazioni preziose sul modo migliore di sostenere lo sviluppo. Anche oggi, nel tempo della interdipendenza globale, si può constatare che nessun progetto economico, sociale o politico sostituisce quel dono di sé all’altro nel quale si esprime la carità. Chi opera secondo questa logica evangelica vive la fede come amicizia con il Dio incarnato e, come Lui, si fa carico dei bisogni materiali e spirituali del prossimo. Lo guarda come incommensurabile mistero, degno di infinita cura ed attenzione. Sa che chi non dà Dio dà troppo poco, come diceva la beata Teresa di Calcutta: “La prima povertà dei popoli è di non conoscere Cristo”. Perciò occorre far trovare Dio nel volto misericordioso di Cristo: senza questa prospettiva, una civiltà non si costruisce su basi solide.

Grazie a uomini e donne obbedienti allo Spirito Santo, nella Chiesa sono sorte molte opere di carità, volte a promuovere lo sviluppo: ospedali, università, scuole di formazione professionale, micro-imprese. Sono iniziative che, molto prima di altre espressioni della società civile, hanno dato prova della sincera preoccupazione per l’uomo da parte di persone mosse dal messaggio evangelico. Queste opere indicano una strada per guidare ancora oggi il mondo verso una globalizzazione che abbia al suo centro il vero bene dell’uomo e così conduca alla pace autentica. Con la stessa compassione di Gesù per le folle, la Chiesa sente anche oggi come proprio compito quello di chiedere a chi ha responsabilità politiche ed ha tra le mani le leve del potere economico e finanziario di promuovere uno sviluppo basato sul rispetto della dignità di ogni uomo. Un’importante verifica di questo sforzo sarà l’effettiva libertà religiosa, non intesa semplicemente come possibilità di annunciare e celebrare Cristo, ma anche di contribuire alla edificazione di un mondo animato dalla carità. In questo sforzo si iscrive pure l’effettiva considerazione del ruolo centrale che gli autentici valori religiosi svolgono nella vita dell’uomo, quale risposta ai suoi più profondi interrogativi e quale motivazione etica rispetto alle sue responsabilità personali e sociali. Sono questi i criteri in base ai quali i cristiani dovranno imparare anche a valutare con sapienza i programmi di chi li governa.

Non possiamo nasconderci che errori sono stati compiuti nel corso della storia da molti che si professavano discepoli di Gesù. Non di rado, di fronte all’incombenza di problemi gravi, essi hanno pensato che si dovesse prima migliorare la terra e poi pensare al cielo. La tentazione è stata di ritenere che dinanzi ad urgenze pressanti si dovesse in primo luogo provvedere a cambiare le strutture esterne. Questo ebbe per alcuni come conseguenza la trasformazione del cristianesimo in un moralismo, la sostituzione del credere con il fare. A ragione, perciò, il mio Predecessore di venerata memoria, Giovanni Paolo II, osservava: “La tentazione oggi è di ridurre il cristianesimo ad una sapienza meramente umana, quasi a una scienza del buon vivere. In un mondo fortemente secolarizzato è avvenuta una graduale secolarizzazione della salvezza, per cui ci si batte sì per l’uomo, ma per un uomo dimezzato. Noi invece sappiamo che Gesù è venuto a portare la salvezza integrale” (Enc. Redemptoris missio, 11).

È proprio a questa salvezza integrale che la Quaresima ci vuole condurre in vista della vittoria di Cristo su ogni male che opprime l’uomo. Nel volgerci al divino Maestro, nel convertirci a Lui, nello sperimentare la sua misericordia grazie al sacramento della Riconciliazione, scopriremo uno “sguardo” che ci scruta nel profondo e può rianimare le folle e ciascuno di noi. Esso restituisce la fiducia a quanti non si chiudono nello scetticismo, aprendo di fronte a loro la prospettiva dell’eternità beata. Già nella storia, dunque, il Signore, anche quando l’odio sembra dominare, non fa mai mancare la testimonianza luminosa del suo amore. A Maria, “di speranza fontana vivace” (Dante Alighieri, Paradiso, XXXIII, 12) affido il nostro cammino quaresimale, perché ci conduca al suo Figlio. A Lei affido in particolare le moltitudini che ancora oggi, provate dalla povertà, invocano aiuto, sostegno, comprensione. Con questi sentimenti a tutti imparto di cuore una speciale Benedizione Apostolica. 

Dal Vaticano, 29 Settembre 2005

BENEDICTUS PP. XVI

 

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MESSAGGIO DI SUA SANTITÀ
BENEDETTO XVI
PER LA QUARESIMA 2007
 

“Volgeranno lo sguardo a Colui
che hanno trafitto”
(Gv 19,37)

 

Cari fratelli e sorelle!

Volgeranno lo sguardo a Colui che hanno trafitto” (Gv 19,37). E’ questo il tema biblico che quest’anno guida la nostra riflessione quaresimale. La Quaresima è tempo propizio per imparare a sostare con Maria e Giovanni, il discepolo prediletto, accanto a Colui che sulla Croce consuma per l’intera umanità il sacrificio della sua vita (cfr Gv 19,25). Con più viva partecipazione volgiamo pertanto il nostro sguardo, in questo tempo di penitenza e di preghiera, a Cristo crocifisso che, morendo sul Calvario, ci ha rivelato pienamente l’amore di Dio. Sul tema dell’amore mi sono soffermato nell’Enciclica Deus caritas est, mettendo in rilievo le sue due forme fondamentali: l’agape e l’eros.

L’amore di Dio: agape ed eros

Il termine agape, molte volte presente nel Nuovo Testamento, indica l’amore oblativo di chi ricerca esclusivamente il bene dell’altro; la parola eros denota invece l’amore di chi desidera possedere ciò che gli manca ed anela all’unione con l’amato. L’amore di cui Dio ci circonda è senz’altro agape. In effetti, può l’uomo dare a Dio qualcosa di buono che Egli già non possegga? Tutto ciò che l’umana creatura è ed ha è dono divino: è dunque la creatura ad aver bisogno di Dio in tutto. Ma l’amore di Dio è anche eros. Nell’Antico Testamento il Creatore dell’universo mostra verso il popolo che si è scelto una predilezione che trascende ogni umana motivazione. Il profeta Osea esprime questa passione divina con immagini audaci come quella dell’amore di un uomo per una donna adultera (cfr 3,1-3); Ezechiele, per parte sua, parlando del rapporto di Dio con il popolo di Israele, non teme di utilizzare un linguaggio ardente e appassionato (cfr 16,1-22). Questi testi biblici indicano che l’eros fa parte del cuore stesso di Dio: l’Onnipotente attende il “sì” delle sue creature come un giovane sposo quello della sua sposa. Purtroppo fin dalle sue origini l’umanità, sedotta dalle menzogne del Maligno, si è chiusa all’amore di Dio, nell’illusione di una impossibile autosufficienza (cfr Gn 3,1-7). Ripiegandosi su se stesso, Adamo si è allontanato da quella fonte della vita che è Dio stesso, ed è diventato il primo di “quelli che per timore della morte erano tenuti in schiavitù per tutta la vita” (Eb 2,15). Dio, però, non si è dato per vinto, anzi il “no” dell’uomo è stato come la spinta decisiva che l’ha indotto a manifestare il suo amore in tutta la sua forza redentrice.

La Croce rivela la pienezza dell’amore di Dio

E’ nel mistero della Croce che si rivela appieno la potenza incontenibile della misericordia del Padre celeste. Per riconquistare l’amore della sua creatura, Egli ha accettato di pagare un prezzo altissimo: il sangue del suo Unigenito Figlio. La morte, che per il primo Adamo era segno estremo di solitudine e di impotenza, si è così trasformata nel supremo atto d’amore e di libertà del nuovo Adamo. Ben si può allora affermare, con san Massimo il Confessore, che Cristo “morì, se così si può dire, divinamente, poiché morì liberamente” (Ambigua, 91, 1056). Nella Croce si manifesta l’eros di Dio per noi. Eros è infatti - come si esprime lo Pseudo Dionigi - quella forza “che non permette all’amante di rimanere in se stesso, ma lo spinge a unirsi all’amato” (De divinis nominibus, IV, 13: PG 3, 712). Quale più “folle eros” (N. Cabasilas, Vita in Cristo, 648) di quello che ha portato il Figlio di Dio ad unirsi a noi fino al punto di soffrire come proprie le conseguenze dei nostri delitti?

“Colui che hanno trafitto”

Cari fratelli e sorelle, guardiamo a Cristo trafitto in Croce! E’ Lui la rivelazione più sconvolgente dell’amore di Dio, un amore in cui eros e agape, lungi dal contrapporsi, si illuminano a vicenda. Sulla Croce è Dio stesso che mendica l’amore della sua creatura: Egli ha sete dell’amore di ognuno di noi. L’apostolo Tommaso riconobbe Gesù come “Signore e Dio” quando mise la mano nella ferita del suo costato. Non sorprende che, tra i santi, molti abbiano trovato nel Cuore di Gesù l’espressione più commovente di questo mistero di amore. Si potrebbe addirittura dire che la rivelazione dell’eros di Dio verso l’uomo è, in realtà, l’espressione suprema della sua agape. In verità, solo l’amore in cui si uniscono il dono gratuito di sé e il desiderio appassionato di reciprocità infonde un’ebbrezza che rende leggeri i sacrifici più pesanti. Gesù ha detto: “Quando sarò innalzato da terra, attirerò tutti a me” (Gv 12,32). La risposta che il Signore ardentemente desidera da noi è innanzitutto che noi accogliamo il suo amore e ci lasciamo attrarre da Lui. Accettare il suo amore, però, non basta. Occorre corrispondere a tale amore ed impegnarsi poi a comunicarlo agli altri: Cristo “mi attira a sé” per unirsi a me, perché impari ad amare i fratelli con il suo stesso amore.

Sangue ed acqua

Volgeranno lo sguardo a Colui che hanno trafitto”. Guardiamo con fiducia al costato trafitto di Gesù, da cui sgorgarono “sangue e acqua” (Gv 19,34)! I Padri della Chiesa hanno considerato questi elementi come simboli dei sacramenti del Battesimo e dell’Eucaristia. Con l’acqua del Battesimo, grazie all’azione dello Spirito Santo, si dischiude a noi l’intimità dell’amore trinitario. Nel cammino quaresimale, memori del nostro Battesimo, siamo esortati ad uscire da noi stessi per aprirci, in un confidente abbandono, all’abbraccio misericordioso del Padre (cfr S. Giovanni Crisostomo, Catechesi, 3,14 ss.). Il sangue, simbolo dell’amore del Buon Pastore, fluisce in noi specialmente nel mistero eucaristico: “L’Eucaristia ci attira nell’atto oblativo di Gesù… veniamo coinvolti nella dinamica della sua donazione” (Enc. Deus caritas est, 13). Viviamo allora la Quaresima come un tempo ‘eucaristico’, nel quale, accogliendo l’amore di Gesù, impariamo a diffonderlo attorno a noi con ogni gesto e parola. Contemplare “Colui che hanno trafitto” ci spingerà in tal modo ad aprire il cuore agli altri riconoscendo le ferite inferte alla dignità dell’essere umano; ci spingerà, in particolare, a combattere ogni forma di disprezzo della vita e di sfruttamento della persona e ad alleviare i drammi della solitudine e dell’abbandono di tante persone. La Quaresima sia per ogni cristiano una rinnovata esperienza dell’amore di Dio donatoci in Cristo, amore che ogni giorno dobbiamo a nostra volta “ridonare” al prossimo, soprattutto a chi più soffre ed è nel bisogno. Solo così potremo partecipare pienamente alla gioia della Pasqua. Maria, la Madre del Bell’Amore, ci guidi in questo itinerario quaresimale, cammino di autentica conversione all’amore di Cristo. A voi, cari fratelli e sorelle, auguro un proficuo itinerario quaresimale, mentre con affetto a tutti invio una speciale Benedizione Apostolica.

Dal Vaticano, 21 novembre 2006

BENEDICTUS PP. XVI

 

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MEDITAZIONE SUL SIGNIFICATODELLA QUARESIMA DI BENEDETTOXVI

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BENEDETTO XVI
UDIENZA GENERALE
Piazza San Pietro - Mercoledì delle Ceneri,
1° marzo 2006

BENEDETTO XVI
UDIENZA GENERALE
Piazza San Pietro - Mercoledì delle Ceneri,
1° marzo 2006

Meditazione sul significato del tempo quaresimale

Cari fratelli e sorelle!

inizia oggi, con la Liturgia del Mercoledì delle Ceneri, l’itinerario quaresimale di quaranta giorni che ci condurrà al Triduo pasquale, memoria della passione, morte e risurrezione del Signore, cuore del mistero della nostra salvezza. Questo è un tempo favorevole in cui la Chiesa invita i cristiani a prendere più viva consapevolezza dell’opera redentrice di Cristo e a vivere con più profondità il proprio Battesimo. In effetti, in questo periodo liturgico il Popolo di Dio fin dai primi tempi si nutre con abbondanza della Parola di Dio per rafforzarsi nella fede, ripercorrendo l’intera storia della creazione e della redenzione.

 Nella sua durata di quaranta giorni, la Quaresima possiede un’indubbia forza evocativa. Essa intende infatti richiamare alcuni tra gli eventi che hanno scandito la vita e la storia dell’Antico Israele, riproponendone anche a noi il valore paradigmatico: pensiamo, ad esempio, ai quaranta giorni del diluvio universale, che sfociarono nel patto di alleanza sancito da Dio con Noè e così con l’umanità, e ai quaranta giorni di permanenza di Mosè sul Monte Sinai, cui fece seguito il dono delle tavole della Legge. Il periodo quaresimale vuole invitarci soprattutto a rivivere con Gesù i quaranta giorni da Lui trascorsi nel deserto, pregando e digiunando, prima di intraprendere la sua missione pubblica. Anche noi quest’oggi intraprendiamo un cammino di riflessione e di preghiera con tutti i cristiani del mondo per dirigerci spiritualmente verso il Calvario, meditando i misteri centrali della fede. Ci prepareremo così a sperimentare, dopo il mistero della Croce, la gioia della Pasqua di risurrezione. Si compie oggi, in tutte le comunità parrocchiali, un gesto austero e simbolico: l’imposizione delle ceneri, e questo rito viene accompagnato da due pregnanti formule, che costituiscono un pressante appello a riconoscersi peccatori e a ritornare a Dio. La prima formula dice: “Ricordati che sei polvere e in polvere ritornerai” (cfr Gn 3,19). Queste parole, tratte dal libro della Genesi, evocano la condizione umana posta sotto il segno della caducità e del limite, e intendono spingerci a riporre ogni speranza soltanto in Dio. La seconda formula si rifà alle parole pronunciate da Gesù all’inizio del suo ministero itinerante: “Convertitevi e credete al Vangelo” (Mc 1,15). E’ un invito a porre come fondamento del rinnovamento personale e comunitario l’adesione ferma e fiduciosa al Vangelo. La vita del cristiano è vita di fede, fondata sulla Parola di Dio e da essa nutrita. Nelle prove della vita e in ogni tentazione il segreto della vittoria sta nel dare ascolto alla Parola di verità e nel rifiutare con decisione la menzogna e il male. Questo è il vero e centrale programma del tempo della Quaresima: ascoltare la parola di verità, vivere, parlare e fare la verità, rifiutare la menzogna che avvelena l’umanità ed è la porta di tutti i mali. Urge pertanto riascoltare, in questi quaranta giorni, il Vangelo, la parola del Signore, parola di verità, perché in ogni cristiano, in ognuno di noi, si rafforzi la coscienza della verità a lui donata, a noi donata, perché la viva e se ne faccia testimone. La Quaresima a questo ci stimola, a lasciar penetrare la nostra vita dalla parola di Dio e a conoscere così la verità fondamentale: chi siamo, da dove veniamo, dove dobbiamo andare, qual è la strada da prendere nella vita. E così il periodo della Quaresima ci offre un percorso ascetico e liturgico che, mentre ci aiuta ad aprire gli occhi sulla nostra debolezza, ci fa aprire il cuore all’amore misericordioso di Cristo.Il cammino quaresimale, avvicinandoci a Dio, ci permette di guardare con occhi nuovi ai fratelli ed alle loro necessità. Chi comincia a vedere Dio, a guardare il volto di Cristo, vede con gli altri occhi anche il fratello, scopre il fratello, il suo bene, il suo male, le sue necessità. Per questo la Quaresima, come ascolto della verità, è momento favorevole per convertirsi all’amore, perché la verità profonda, la verità di Dio è nello stesso tempo amore. Convertendosi alla verità di Dio, ci dobbiamo necessariamente convertire all’amore. Un amore che sappia fare proprio l’atteggiamento di compassione e di misericordia del Signore, come ho voluto ricordare nel Messaggio per la Quaresima, che ha per tema le parole evangeliche: “Gesù, vedendo le folle, ne provò compassione” (Mt 9,36). Consapevole della propria missione nel mondo, la Chiesa non cessa di proclamare l’amore misericordioso di Cristo, che continua a volgere lo sguardo commosso sugli uomini e sui popoli d’ogni tempo. “Dinanzi alle terribili sfide della povertà di tanta parte dell’umanità - ho scritto nel citato Messaggio quaresimale -, l’indifferenza e la chiusura nel proprio egoismo si pongono in un contrasto intollerabile con lo ‘sguardo di Cristo’. Il digiuno e l’elemosina, che, insieme con la preghiera, la Chiesa propone in modo speciale nel periodo della Quaresima, sono occasione propizia per conformarci a quello “sguardo” (L’Oss. Rom. 1 febbraio 2006, p. 5), allo sguardo di Cristo, e vedere noi stessi, l’umanità, gli altri con questo suo sguardo. Con questo spirito entriamo nel clima austero ed orante della Quaresima, che è proprio un clima di amore per il fratello.

Siano giorni di riflessione e di intensa preghiera, in cui ci lasciamo guidare dalla Parola di Dio, che abbondantemente la liturgia ci propone. La Quaresima sia, inoltre, un tempo di digiuno, di penitenza e di vigilanza su noi stessi, persuasi che la lotta al peccato non termina mai, poiché la tentazione è realtà d’ogni giorno e la fragilità e l’illusione sono esperienze di tutti. La Quaresima sia, infine, attraverso l’elemosina, il fare del bene agli altri, occasione di sincera condivisione dei doni ricevuti con i fratelli e di attenzione ai bisogni dei più poveri e abbandonati. In questo itinerario penitenziale ci accompagni Maria, la Madre del Redentore, che è maestra di ascolto e di fedele adesione a Dio. La Vergine Santissima ci aiuti ad arrivare, purificati e rinnovati nella mente e nello spirito, a celebrare il grande mistero della Pasqua di Cristo. Con questi sentimenti, auguro a tutti una buona e fruttuosa Quaresima.


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Cari fratelli e sorelle!

inizia oggi, con la Liturgia del Mercoledì delle Ceneri, l’itinerario quaresimale di quaranta giorni che ci condurrà al Triduo pasquale, memoria della passione, morte e risurrezione del Signore, cuore del mistero della nostra salvezza. Questo è un tempo favorevole in cui la Chiesa invita i cristiani a prendere più viva consapevolezza dell’opera redentrice di Cristo e a vivere con più profondità il proprio Battesimo. In effetti, in questo periodo liturgico il Popolo di Dio fin dai primi tempi si nutre con abbondanza della Parola di Dio per rafforzarsi nella fede, ripercorrendo l’intera storia della creazione e della redenzione. Nella sua durata di quaranta giorni, la Quaresima possiede un’indubbia forza evocativa. Essa intende infatti richiamare alcuni tra gli eventi che hanno scandito la vita e la storia dell’Antico Israele, riproponendone anche a noi il valore paradigmatico: pensiamo, ad esempio, ai quaranta giorni del diluvio universale, che sfociarono nel patto di alleanza sancito da Dio con Noè e così con l’umanità, e ai quaranta giorni di permanenza di Mosè sul Monte Sinai, cui fece seguito il dono delle tavole della Legge. Il periodo quaresimale vuole invitarci soprattutto a rivivere con Gesù i quaranta giorni da Lui trascorsi nel deserto, pregando e digiunando, prima di intraprendere la sua missione pubblica. Anche noi quest’oggi intraprendiamo un cammino di riflessione e di preghiera con tutti i cristiani del mondo per dirigerci spiritualmente verso il Calvario, meditando i misteri centrali della fede. Ci prepareremo così a sperimentare, dopo il mistero della Croce, la gioia della Pasqua di risurrezione. Si compie oggi, in tutte le comunità parrocchiali, un gesto austero e simbolico: l’imposizione delle ceneri, e questo rito viene accompagnato da due pregnanti formule, che costituiscono un pressante appello a riconoscersi peccatori e a ritornare a Dio. La prima formula dice: “Ricordati che sei polvere e in polvere ritornerai” (cfr Gn 3,19). Queste parole, tratte dal libro della Genesi, evocano la condizione umana posta sotto il segno della caducità e del limite, e intendono spingerci a riporre ogni speranza soltanto in Dio. La seconda formula si rifà alle parole pronunciate da Gesù all’inizio del suo ministero itinerante: “Convertitevi e credete al Vangelo” (Mc 1,15). E’ un invito a porre come fondamento del rinnovamento personale e comunitario l’adesione ferma e fiduciosa al Vangelo. La vita del cristiano è vita di fede, fondata sulla Parola di Dio e da essa nutrita. Nelle prove della vita e in ogni tentazione il segreto della vittoria sta nel dare ascolto alla Parola di verità e nel rifiutare con decisione la menzogna e il male. Questo è il vero e centrale programma del tempo della Quaresima: ascoltare la parola di verità, vivere, parlare e fare la verità, rifiutare la menzogna che avvelena l’umanità ed è la porta di tutti i mali. Urge pertanto riascoltare, in questi quaranta giorni, il Vangelo, la parola del Signore, parola di verità, perché in ogni cristiano, in ognuno di noi, si rafforzi la coscienza della verità a lui donata, a noi donata, perché la viva e se ne faccia testimone. La Quaresima a questo ci stimola, a lasciar penetrare la nostra vita dalla parola di Dio e a conoscere così la verità fondamentale: chi siamo, da dove veniamo, dove dobbiamo andare, qual è la strada da prendere nella vita. E così il periodo della Quaresima ci offre un percorso ascetico e liturgico che, mentre ci aiuta ad aprire gli occhi sulla nostra debolezza, ci fa aprire il cuore all’amore misericordioso di Cristo.Il cammino quaresimale, avvicinandoci a Dio, ci permette di guardare con occhi nuovi ai fratelli ed alle loro necessità. Chi comincia a vedere Dio, a guardare il volto di Cristo, vede con gli altri occhi anche il fratello, scopre il fratello, il suo bene, il suo male, le sue necessità. Per questo la Quaresima, come ascolto della verità, è momento favorevole per convertirsi all’amore, perché la verità profonda, la verità di Dio è nello stesso tempo amore. Convertendosi alla verità di Dio, ci dobbiamo necessariamente convertire all’amore. Un amore che sappia fare proprio l’atteggiamento di compassione e di misericordia del Signore, come ho voluto ricordare nel Messaggio per la Quaresima, che ha per tema le parole evangeliche: “Gesù, vedendo le folle, ne provò compassione” (Mt 9,36). Consapevole della propria missione nel mondo, la Chiesa non cessa di proclamare l’amore misericordioso di Cristo, che continua a volgere lo sguardo commosso sugli uomini e sui popoli d’ogni tempo. “Dinanzi alle terribili sfide della povertà di tanta parte dell’umanità - ho scritto nel citato Messaggio quaresimale -, l’indifferenza e la chiusura nel proprio egoismo si pongono in un contrasto intollerabile con lo ‘sguardo di Cristo’. Il digiuno e l’elemosina, che, insieme con la preghiera, la Chiesa propone in modo speciale nel periodo della Quaresima, sono occasione propizia per conformarci a quello “sguardo” (L’Oss. Rom. 1 febbraio 2006, p. 5), allo sguardo di Cristo, e vedere noi stessi, l’umanità, gli altri con questo suo sguardo. Con questo spirito entriamo nel clima austero ed orante della Quaresima, che è proprio un clima di amore per il fratello.

Siano giorni di riflessione e di intensa preghiera, in cui ci lasciamo guidare dalla Parola di Dio, che abbondantemente la liturgia ci propone. La Quaresima sia, inoltre, un tempo di digiuno, di penitenza e di vigilanza su noi stessi, persuasi che la lotta al peccato non termina mai, poiché la tentazione è realtà d’ogni giorno e la fragilità e l’illusione sono esperienze di tutti. La Quaresima sia, infine, attraverso l’elemosina, il fare del bene agli altri, occasione di sincera condivisione dei doni ricevuti con i fratelli e di attenzione ai bisogni dei più poveri e abbandonati. In questo itinerario penitenziale ci accompagni Maria, la Madre del Redentore, che è maestra di ascolto e di fedele adesione a Dio. La Vergine Santissima ci aiuti ad arrivare, purificati e rinnovati nella mente e nello spirito, a celebrare il grande mistero della Pasqua di Cristo. Con questi sentimenti, auguro a tutti una buona e fruttuosa Quaresima.


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Meditazione quaresimale di PAOLO RISSO

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Riflessione Quaresimale sul Cuore di Gesù. 

Attingerete con gioia alle sorgenti della salvezza.
 
di Paolo Risso su L’Osservatore Romano.  Sabato 17 marzo 2007 pg. 6 

“Volgeranno lo sguardo a Colui che hanno trafitto” (Gv 19,37, citando Zc 12,10) è il tema mirabile proposto dal Santo Padre per questa Quaresima.
Chi volge lo sguardo al Crocifisso, dopo la lanciata del soldato romano, vede il suo Cuore cha ha dato tutto. Non solo vede, ma sente anche un’altra parola di Gesù: “Se qualcuno ha sete, venga a me e beva” (Gv 7,37). Basta aver sete di lui. Ecco l’unica condizione posta da Gesù.
Il più grande peccatore, l’ultimo dei miserabili, se ha sete, può venire al Cuore di Gesù. “O voi tutti che avete sete, venite all’acqua” (Is 55,1). Voi tutti, chiunque siate, se avete sete, venite.
Ma spesso è questa sete che manca: se ce ne sono così pochi che vengono e devono, è perché manca la conoscenza di Gesù: per venire alla sua Sorgente, occorre conoscerla.
Gesù continua a dire così oggi, ed è una realtà così stupefacente che per dirla, Egli sente il bisogno di appoggiarsi alla Sacra Scrittura, là dove appunto Dio stesso parla: “Chi crede in me, secondo la parola della Scrittura, dal suo cuore sgorgheranno fiumi d’acqua viva” (Gv 7,38). Se qualcuno crede in Gesù, come dice la Scrittura, fiumi di acqua viva sgorgheranno dal suo cuore.
Sembra difficile, quasi impossibile, comprendere del tutto. Comprendo bene che il Cuore di Gesù sia Sorgente, è il Cuore di Dio! Ma che il mio cuore umano, il mio povero cuore possa diventare una sorgente e una sorgente che dona non solo qualche gocci, ma dei fiumi d’acqua viva e che basti per questo, credere in Lui….Signore, bisogna che sìì Tu a dirlo e che le tue parole si appoggino alla Scrittura. Perché, infine, che cos’è il mio cuore? Tuttavia, se non si giunge sin qui, non si comprende il Mistero ineffabile del Cuore di Gesù: il nostro cuore, se si lascia lavorare dalla grazia santificante, diventa il suo Cuore.
Questo si è realizzato: S. Benedetto, S. Domenico, S. Francesco e tanti altri santi, non sono forse anch’essi, delle sorgenti di acqua viva, alle quali beviamo anche noi oggi e fino alla fine del mondo? Tuttavia tutti i santi sono degli uomini come noi, ma essi hanno creduto, creduto sino alle ultime conseguenze. Non basta aver sete, occorre credere. Occorre la fede viva e la carità.
Nella misura in cui l’anima possiede e coltiva queste virtù teologali e vive di fede edi carità, essa diventa una sorgente, e più cresce la sua santità e più la sorgente espande i suoi flutti abbondanti. E dunque vero: non solo anche il Cuore di Gesù è la Sorgente, ma anche il nostro povero cuore può diventare una sorgente di acqua viva, se è unito al suo Principio.
Il nostro cuore non è la sorgente della grazia. Ma può immedesimarsi nel Cuore di Gesù e come questa adesione a Lui sino all’identificazione può intensificarsi all’infinito, sono allora dei fiumi di acqua viva che ne sgorgano e l’impeto di questi “fiumi” è la gioia della Chiesa. I nostri cuori possono diventare una sorgente per molte anime, una sorgente dove vengono a dissetarsi gli uomini, alla ricerca del senso dell’esistenza e della salvezza.
Ma c’è ancora un’altra Meraviglia da scoprire. Il Cuore di Gesù è la Sorgente d’acqua viva: i nostri cuori, uniti al Cuore di Gesù diventano anch’essi sorgente d’acqua viva. A questo punto, risplende un altro fatto mirabile. Gesù stesso ci chiede di lasciarlo bere: “Dammi da bere” (Gv 4,7) ; “Ho sete” (Gv 19,28).
Non c’è nulla in tutto il Vangelo che richiami di più il Mistero del Cuore di Gesù e che mostri meglio ciò che il nostro povero cuore può diventare se si affida perfettamente a Dio.
In S. Caterina da Siena, Gesù è giunto a sostituire il cuore della giovane santa con il suo Cuore divino, così che quando Ella parla del Cuore del suo Sposo divino, può dire in tutta verità il mio cuore. E un favore straordinario che non è per i più: tuttavia occorre riconoscere che nell’unione intima che Gesù vuole stabilire con le nostre anime, non si tratta in fondo di altra cosa.
Questo “cuore a cuore” tende proprio a questa “trasfigurazione”. L’Eucaristia stessa, l’Eucaristia prima di tutto, è ordinata a questo, a trasfigurare le nostre anime in Gesù.
“Questo è il mio Corpo” della consacrazione eucaristica è ordinato a ripresentare il Sacrificio di Gesù sull’altare, dove come sul Calvario oggi volgiamo lo sguardo al Crocifisso, e a farci partecipare al suo Sacrificio sino alla nostra trasfigurazione in Lui.
Gesù viene in noi nella S. Comunione per toglierci il nostro miserabile cuore di pietra e darci il suo Cuore di carne.

LETTURE DELLE DOMENICHE DI QUARESIMA

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LETTURE DELLE DOMENICHE DI QUARESIMA 

ANNO “A”
 I testi di riflessione delle letture sono presi dal “Messalino festivo dell’assemblea” EDB.  

Mercoledì delle ceneriGiorno di astinenza e digiuno 

Gioele 2,12-18 
Un’offerta degna –
Le cavallette hanno distrutto i raccolti: il popolo ha fame, il santuario è vuoto, poiché non c’è più niente da offrire a Dio, e gli increduli sogghignano: Ma dov’è andato a finire il vostro Dio? In realtà, non c’è più il Dio bonario che identifica la sua grazia con l’abbondanza; non c’è più un “padreterno” che conserva i suoi figli in giovinezza dorata e spensierata. Ma dove l’uomo prende coscienza dei suoi limiti, dove la comunità si riunisce per offrire a Dio non primizie della terra ma il suo cuore pentito, li c’è veramente il nostro Dio, per sempre.
 

2Cor.5,20-6,1-2
Convertirsi subito -  
Capita spesso che i governanti rimandino a un “prossimo futuro” la conclusione di una trattativa di pace che s’impone come necessaria; e nel frattempo, la guerra riprende più violenta che mai. Non rimandiamo la nostra conversione: il domani non è nelle nostre mani, e corriamo il rischio di veder accendersi in noi la guerriglia interminabile del compromesso e del doppio gioco. Dio non si presta ad essere preso in giro; perdona i peccati, ma vomita i tiepidi (Ap 3,16).
 

Mt 6,1-6,16-18
L’ipocrisia religiosa –
Questi tre testi, sulla preghiera, sull’elemosina e sul digiuno, ci pongono la medesima domanda: la nostra pietà è fatta per essere vista dagli uomini o da colui che vede nel segreto? Cristo denuncia l’ipocrisia religiosa, il comportamento che vuole far colpo, gli atteggiamenti teatrali che cercano l’applauso e l’approvazione. “Ipocrita”, in greco, significa: un commediante che porta una maschera. E’ solo teatro e spettacolo, senza convinzione. Il vero discepolo non serve se stesso o il “pubblico”, ma il suo Signore, nella semplicità e nella generosità.
 

ORAZIONE.

O Dio, nostro Padre, concedi, al popolo cristiano di iniziare con questo digiuno un cammino di vera conversione, per affrontare vittoriosamente con le armi della penitenza il combattimento contro lo spirito del male. Per il nostro Signore…  Amen


 
 Prima Domenica di Quaresima 

Genesi 2,7-9;3,1-7
Il primo peccato –
il peccato di Adamo e di Eva non è il primo peccato dell’uomo: è anche l’unico peccato possibile simbolo di tutti gli altri commessi nel corso dei secoli. Il racconto biblico usa delle immagini popolari, che a noi risultano un po’ strane e difficili, per spiegarci il dramma della condizione umana: l’uomo nasce dalla terra, ma è animato dal soffio divino. Per i doni superiori che ha ricevuto, crede di poter fare da solo, come se si fosse costruito da solo e fosse lui il padrone di se stesso e del creato. Ad ogni istante della sua storia, l’uomo è tentato di isolarsi in questo modo dalla vita di Dio.
 

Rm 5,12-19
Un nuovo capo –
Quando in un paese cambia il regime, ci sono sempre quelli che si aggrappano disperatamente al regime passato, e quelli che collaborano decisamente col nuovo. L’umanità ora ha un altro capo. Il vecchio Adamo ha perduto il suo potere; la sua legge, che si fondava sulla ribellione a Dio e portava alla morte, è stata abolita. Il potere è ora nelle mani di Cristo, che ha vinto la morte. Una nuova solidarietà ci unisce a Dio, nella giustizia e nella grazia. Coloro che accettano il nuovo capo e la sua legge, passano dalla morte alla vita.
  

Mt 4,1-11
Una tentazione ricorrente –
Se vuoi vedere il diavolo, guardati allo specchio. Se vuoi vederlo all’opera, esamina come ti comporti con Gesù di Nazaret. Anche noi, come satana, vogliamo fare di Gesù un mago onnipotente, capace di trasformare le pietre in pane e di volare. E’ una tentazione che sottovaluta l’incarnazione di Cristo. Gesù, accettando la vita umana con tutte le sue conseguenze, ha insegnato che la nostra vita vale la pena di essere vissuta così come è, senza pretendere d’essere degli angeli e dei mandrake superiori a tutti i limiti imposti alla natura umana. L’unica vera vittoria, possibile per l’uomo, è quella dell’amore sull’odio, del bene sul male.
  

ORAZIONE.
O Dio, nostro Padre, con la celebrazione di questa Quaresima, segno sacramentale della nostra conversione, congedi a noi tuoi fedeli di crescere nella conoscenza del mistero di Cristo e di testimoniarlo con una degna condotta di vita. Per il nostro Signore… 

Seconda Domenica di Quaresima
 

Genesi 12,1-4°
L’esempio di Abramo –
Abramo abbandona la sua città, che era una delle più fiorenti del tempo; abbandona i parenti e la religione dei padri; rompe i legami più forti e si getta nell’avventura, incontro al rischio, come tutti gli emigranti. Dio sceglie in lui un uomo “disponibile”, vuoto del passato e di se stesso, per rinnovare il dialogo interrotto dal peccato, e dare inizio alla vita di un popolo santo, che avrà il compito di preparare la strada al salvatore, a colui che benedirà “tutte le famiglie della terra”.
 

2Tm 1,8b-10
Ci ha amati per primo –
L’iniziativa è sempre di Dio, sia che si tratti di creare il mondo, o di chiamare l’uomo alla vita, o di salvarlo dopo che si è smarrito. Anche la fede è un dono di Dio, una sua iniziativa, e in un secondo momento è la risposta dell’uomo. Questo è precisamente il senso del tempo di quaresima: l’invito a ravvivare la nostra conversione, coscienti di quello che Gesù ha fatto per noi.
 

Mt 17,1-
9 Il Tabor e il Calvario –
Gesù ha annunciato agli apostoli la sua prossima passione e morte; ma loro non hanno compreso, non hanno voluto comprendere. La trasfigurazione ha lo scopo di confermare con potenza quella previsione, e di anticipare nello stesso tempo la passione imminente. “E’ mio Figlio, in lui ho riposto tutto il mio amore, ascoltatelo, credete a quello che vi ha detto”. In realtà, la morte di Cristo dovette essere la cosa che più ripugnava alla fede degli apostoli, e aveva bisogno di una conferma. Qui sul Tabor, Gesù non è diverso da quello che sarà sul calvario: cioè la somma dell’amore di Dio, la , la parola che viene dall’alto, l’annuncio di una vittoria sulla morte che sconvolgerà tutta la storia dell’uomo.
 

ORAZIONE.
O Padre, che ci chiami ad ascoltare il tuo amato Figlio, nutri la nostra fede con la tua parola e purifica gli occhi del nostro spirito perché possiamo godere la visione della tua gloria. per il nostro Signore…   

Terza Domenica di Quaresima
 

Esodo 17,3-7
Il deserto fiorirà –
Il deserto per gli ebrei, è sempre stato un luogo di prova per la loro fede. Dio li ha forse liberati dall’Egitto per farli morire di sete nel deserto? Nel colmo della sofferenza è facile, anche per noi, mormorare contro Dio, perdere la fiducia che avevamo riposta in lui, e usare quel po’ di fede che ci rimane per pretendere da lui un miracolo. E’ una tentazione abbastanza frequente, sia nel dolore dei singoli che nei disastri collettivi. Ma siamo richiamati costantemente a una fede che nessun avvenimento possa far vacillare.
 

Rm 5,1-2.5-8
Dio non ci abbandona –
L’uomo non può smettere di sperare, per piccole che siano rimaste le sue speranze, e anche se la vita non lo stimola all’ottimismo. Il fondamento della speranza cristiana è solido: noi resistiamo all’angoscia e all’incertezza della vita, perché Dio ci ama. Questa convinzione si basa sulla prova di amore che il Cristo ci ha dato morendo per noi. Così la speranza diventa la nostra forza; è la certezza che colui che si è seduto a tavola coi peccatori dà più importanza al nostro amore che non al nostro peccato.
 

Gv 4,5-42
La risposta a tutte le esigenze –
Gesù sconvolge la vita e la sicurezza della samaritana, presentandosi come la vera ricchezza dell’uomo, e dando una risposta sicura a tutte le sue più profonde esigenze. Egli è la vera acqua che dona la vita; e possiede un cibo che non verrà mai meno,la comunione col Padre; anzi è lui stesso questo cibo. Anche la problematica religiosa ha in lui una soluzione definitiva e quanto mai affascinante, come liberazione da tutti i tabù e i conformismi religiosi: d’ora in poi la vera religione sarà quella del cuore, ognuno sarà in grado di appartenervi e di praticarla se è fedele non allo spirito del mondo, ma allo Spirito di Dio.
  

ORAZIONE.
Dio misericordioso, fonte di ogni bene, tu ci hai proposto a rimedio del peccato il digiuno, la preghiera e le opere di carità fraterna; guarda a noi che riconosciamo la nostra miseria e, poiché ci opprime il peso delle nostre colpe, ci sollevi la tua misericordia. Per il nostro Signore Gesù Cristo, tuo Figlio,, che è Dio, e vive e regna con te, nell’unità dello Spirito Santo, per tutti i secoli dei secoli. 

Quarta Domenica di Quaresima
 

1Samuele 16,1b.4.6-7.10-13°
La scelta di Dio –
La storia parla di due unzioni  di Davide, una da parte degli uomini del sud, l’altra da parte degli uomini del nord (2Sam 2,4;5,3). Per motivi politici le tribù hanno scelto Davide come re. Ma anche Dio è presente nella storia: per stabilire appunto la scala dei valori e dare la priorità Dio, l’autore di questo racconto immagina una terza unzione. Egli la pone nell’epoca in cui Davide è ancora ragazzino, l’ultimo dei suoi fratelli, che ha soltanto il diritto di tacere in mezzo a persone più grandi di lui. L’uomo guarda all’apparenza, Dio guarda al cuore.
 

Ef 5,8-14
Svegliatevi dal sonno –
San Paolo ci presenta in questa lettura la dottrina del battesimo e le conseguenze dell’appartenenza alla chiesa. La luce di Cristo ha sfondato le tenebre; gli uomini sono stati illuminati, non camminano più a tastoni, sanno dove portano i loro passi. La via della luce è necessariamente una via “di bontà, di giustizia e di verità”. Ma nel  bel mezzo di una luce sfolgorante, quante volte ci addormentiamo, e preferiamo l’angolo buio per non essere smascherati!
 

Gv 9,1-41
La fede messa alla prova –
Un cieco dalla nascita: uno di quei casi davanti ai quali l’uomo lascia cadere le braccia. Gesù invece lo guarisce. La fede del cieco però è molto insicura; non sa chi l’abbia guarito, e l’ambiente religioso in cui vive non l’aiuta a riconoscere, ringraziare e seguire quel Dio dal quale ha avuto tutto. La sua fede, per affermarsi, ha bisogno proprio di uno scandalo religioso; dopo lo scandalo nel quale si viene a trovare, Gesù gli si rivela e porta la sua fede alla pienezza. E la nostra fede, a che livello si pone? Confonde ancora gli alberi con le persone? Siamo anche noi di quelli che preferiscono non porsi dei problemi? Siamo schiacciati e condizionarti dallo scandalo delle istituzioni, oppure seguiamo il Signore con semplicità di cuore, in rendimento di grazie?
  

ORAZIONE.
O Padre, che per mezzo del tuo Figlio operi mirabilmente la nostra redenzione, concedi al popolo cristiano di affrettarsi con fede viva e generoso impegno verso la Pasqua ormai vicina. Per il nostro Signore…   

Quinta Domenica di Quaresima
 

Ezechiele 37,12-14
Colui che dona la vita –
Lo Spirito di Dio, che ha fatto nascere dall’argilla un uomo vivente, si dona a un popolo schiacciato dal dolore dell’esilio e dell’oppressione, per farlo vivere liberato, nella gioia. E’ il segno di un’altra liberazione ben più importante e universale, con la quale Dio interverrà in favore dell’umanità: la vittoria sulla morte, realizzatasi in Cristo e promulgata per ogni uomo.
 

Rm 8,8-11
La vita avrà il sopravvento –
La “carne” e “le opere del corpo” sono il simbolo del nostro egoismo, contro il quale san Paolo ci mette in guardia. Ma talora la stanchezza ci afferra: a che scopo lottare così all’infinito, senza respiro? L’apostolo ci ricorda la ragione di questa lotta, che va combattuta ogni giorno: la forza di Gesù risorto è con noi; egli, vincendo la morte, ci aiuta ad affrontare ogni stanchezza e pessimismo.

Gv 11,1-45
Faccia a faccia con la morte –
Dopo i racconti della samaritana e del cieco nato, ecco la terza narrazione costruita sul medesimo schema: un dialogo dal duplice significato, in cui sonno e risveglio designano la morte e la risurrezione. Ognuno di questi racconti pone in evidenza il fatto che Gesù nel battesimo si presenta come la sorgente d’acqua viva, la luce, la vita. Accanto a questo significato battesimale, il racconto di Lazzaro sviluppa, più chiaramente degli altri, il tema pasquale. La passione si profila all’orizzonte (“Andiamo a morire con lui”); la morte viene incontro a Gesù nella persona dell’amico, ed egli ne resta turbato; ci sono le lacrime di Marta dinanzi alla tomba e, infine, il ritorno alla vita. Tutti questi particolari annunciano in modo evidente l’imminenza della morte e della risurrezione di Gesù.
 

ORAZIONE.
Vieni in nostro aiuto, Padre misericordioso, perché possiamo vivere e agire sempre in quella carità, che spinse il tuo Figlio a dare la vita per noi. Egli è Dio…   

Domenica delle palme
   Non si tratta di una ricostruzione folkloristica dell’ingresso di Gesù a Gerusalemme, ma di un’azione liturgica che apre la celebrazione annuale della pasqua. Professione di fede che si esprime attraverso il gesto prima ancora che attraverso la parola, questa processione afferma che, andando incontro alla morte Gesù inaugura il suo ritorno nella gloria del Padre. Nella celebrazione delle diverse tappe, non dovremmo perdere di vista questa globalità dell’itinerario pasquale.   

Processione delle Palme:  
  

Mt 21,1-11 
Una liturgia senza etichette –
Il cerimoniale dell’ingresso di Gesù nella città come trionfatore è una sfida alle leggi dell’etichetta: egli avanza seduto su un asinello, in mezzo alla calca e al baccano. Così si presenta al suo popolo il re dolce e mite, che vuole servire e non farsi servire. E se noi ripetiamo in ogni messa l’osanna di quel popolo, dipende dal fatto che il Signore viene a noi sotto forme ancor più semplici: il pane e il vino, sostegno della nostra vita quotidiana. Il nostro Dio cura il suo prestigio, nascondendosi.
  

Alla Messa: 

 
Isaia 50,4-7 La via della non violenza – Il profeta, perseguitato dai suoi compatrioti, impara da Dio come reagire: con la forza della non violenza. Egli affida la sua difesa a Dio stesso, poiché è proprio a causa sua che sta soffrendo. Così sarà di Gesù Cristo, il quale accoglierà ingiurie, affinché il cuore dell’uomo sia purificato dall’odio. 

Fil. 2,6-11
Un fallimento per la gloria –
Paolo illustra, in questa lettura, il tema centrale dell’incarnazione: Dio che si fa uomo, e giunge alla gloria attraverso l’umiliazione. Questo non è un “turismo in terra” da parte di Dio; non è che Dio si prenda il lusso di fare un’esperienza fra gli uomini. E’ ben diverso il messaggio di  questo inno, caro alle primitive comunità cristiane: il vangelo intende come successo il condividere una vita umiliata fino all’oppressione, un cammino fatto in compagnia dei piccoli, dei poveri, degli oppressi. E’ proprio questo il significato della storia della salvezza: Adamo, volendosi fare uguale a Dio, giunge al fallimento; Gesù segue il cammino inverso.
 

Mt 26,14-27,66
La passione secondo Matteo –
Il primo vangelo sottolinea soprattutto due aspetti della passione: in quanto rivelazione dell’amore di Dio, essa rientra nel disegno di Dio sull’uomo; in quanto processo obbliga la coscienza a una scelta, e ha come conseguenza la rottura definitiva fra il mondo giudaico e i cristiani. Quanto al primo aspetto (l’insuccesso fa parte del piano di Dio) Matteo vuol convincere i cristiani, nati dal giudaismo, che il piano di Dio sull’uomo si realizza attraverso il servo sofferente, non attraverso il re della gloria. La morte violenta di Gesù attua ciò che i profeti avevano presentito: l’umanità nuova si fa giocando la propria vita, non regnando. In secondo luogo, Matteo vede nella croce la fine dell’era antica e l’inizio della nuova alleanza. Il velo del tempio che si squarcia esprime questa spaccatura definitiva nel tempo, e la fede del centurione pagano è presentata in contrasto con l’incredulità dei giudei: le nazioni entrano nel regno nel momento in cui Israele ne esce.
  

ORAZIONE
Dio onnipotente ed eterno, che hai dato come modello agli uomini il Cristo tuo Figlio, nostro Salvatore, fatto uomo e umiliato fino alla morte di croce, fà che abbiamo sempre presente il grande insegnamento della sua passione, per partecipare alla gloria della risurrezione. Egli è Dio…   

SACRO TRIDUO PASQUALE  


Giovedì santo
 

Esodo 12,1-8.11-14
La cena degli ebrei –
Gli ebrei hanno fretta, nella celebrazione della pasqua, perché la compiono nella clandestinità; hanno fretta di finirla con delle condizioni sociali esecrabili, in un regime politico ingiusto; hanno fretta, perché la polizia egiziana rischia di interrompere questa cena prima del suo termine e di distruggere il significato. Anche Gesù si affretterà a terminare la sua cena, prima che le guardie vengano a interromperla. Ogni volta, questa tavola dovrebbe riunire la propria tranquillità. E soprattutto, ogni volta, questa cena pasquale è la festa di un popolo che gioisce per una libertà che è ad un tempo dono di Dio e compito permanente di ogni battezzato. 

1Cor 11,23-26
Annunciare la morte del Signore –
L’apostolo Paolo ci riferisce il racconto dell’istituzione dell’eucaristia presentandola come la nuova pasqua, in sostituzione di quella ebraica. Gesù è il vero agnello pasquale, che si è immolato per noi. Partecipando al suo sacrificio, abbiamo di fronte tutta la storia dell’amore di Dio per noi, e ne facciamo un pane quotidiano che ci sostiene nell’amore fraterno sino al ritorno del Cristo nella gloria. 

Gv 13,1-15
Sono venuto a servire –
Il presidente dell’assemblea cristiana può avere la tentazione di confondere la sua funzione con gli onori che lo circondano. Gesù ha voluto mettere in guardia i suoi con la parola e l’esempio: “Chi è il più grande fra voi diventi il più piccolo, e chi governa come colui che serve” (Lc 22,26). Noi siamo discepoli di un Dio che ha scelto di prendere, a tavola, il posto delo schiavo, e sceglie la morte dello schiavo. Non potremo partecipare alla passione di Cristo senza rivestire a nostra volta il grembiule del servitore. 

ORAZIONE

O Dio, che ci hai riuniti per celebrare la santa Cena nella quale il tuo unico Figlio, prima di consegnarci alla morte, affidò alla Chiesa il nuovo ed eterno sacrificio, convito nuziale del suo amore, fà che dalla partecipazione a così grande mistero attingiamo pienezza di carità e di vita. Per il nostro Signore…

A: Amen

   

Venerdì santo - 
giorno di astinenza e digiuno
 

Isaia 52,13-53,12
Il servo sofferente –
Se un uomo soffre, pensavano gli ebrei, non può essere che a causa dei suoi peccati. Ecco invece che Dio anziché punire il servo sofferente, lo esalta, al di là e al di sopra di tutte le sue sofferenze. E’ il segno che era innocente; anzi la sua sofferenza prende un altro significato: espia i peccati degli altri, i nostri e quelli della moltitudine. Inoltre, dà alle sofferenze la loro vera dimensione: nessuna di esse è perduta o inutile: Gesù la ha tutte valorizzate, prendendole sopra di sé.
 

Eb 4,14-16;5,7-9
L’obbedienza che ci salva –
Il salvatore che oggi onoriamo non ha niente di straordinario. E’ un uomo che soffre, divorato dall’angoscia, torturato e beffeggiato, provato in tutto, come noi. Non solo egli non ha evitato questa vergogna e questa morte, ma le ha volute e accettate. Ogni uomo può partecipare al venerdì santo, con le sue umiliazioni e sofferenze. Dinnanzi al volto di Cristo, nessun povero si vergogna della propria miseria. Gesù ci insegna che la salvezza non consiste nell’elevarsi al di sopra della condizione umana, ma piuttosto nell’accettarla, lottando per far sbocciare un’umanità capace di amare.
 

Gv 18,1-19,42
La passione secondo Giovanni –
Nel racconto della passione, Giovanni pone di continuo la domanda che ritroviamo in tutto il suo Vangelo: chi è Gesù? (cf. 18,4-7; 19,9).La risposta qui è quanto mai decisa: Gesù è Dio. I giudei, venuti per arrestarlo, immediatamente indietreggiano e cadono come davanti alla divinità. Gesù non ha più bisogno, nel processo, di testimoni umani: solo il Padre gli rende testimonianza, e questo basta. Preoccupato di rivelare tutti gli indizi della divinità di Gesù, Giovanni abbrevia la descrizione delle sofferenze e la relazione delle varie vicende. Una sola cosa conta ai suoi occhi: con la morte dell’uomo-Dio è giunta l’ora in cui l’umanità può realmente accedere alla comunione con Dio. La morte di Gesù non è una fine; essa inaugura, al contrario, la presenza del Signore nella sua Chiesa e nel mondo.

PREGHIERA

Ricordati, Padre, della tua misericordia; santifica e proteggi sempre questa tua famiglia, per la quale Cristo, tuo Figlio, inaugurò nel suo sangue il mistero pasquale. Egli vive e regna nei secoli dei secoli. Amen.

  

Veglia Pasquale
  

Prima Lettura
      Genesi 1,1-2-2 Il racconto della creazione – Nel momento in cui l’uomo domina sempre più l’universo, e in cui aumenta la sua angoscia dinnanzi all’esistenza, questo poema della creazione può sembrare ingenuo. Certamente non si tratta di una descrizione storica o scientifica, ma di una celebrazione della nascita del mondo mediante la parola dell’unico Creatore, e ci rivela lo sguardo ottimista di Dio sulla sua opera. Questo testo raggiunge il suo culmine nella creazione dell’uomo e della donna: il tono si fa allora più solenne, e i due appaiono come l’immagine del Dio creatore. La creazione è uscita da Dio; ma Dio si è suscitato un collaboratore. L’uomo riceve dalla mano di Dio tutte le ricchezze della creazione, per costruire questo mondo insieme con lui.
 

Preghiamo.
Dio onnipotente ed eterno, ammirabile in tutte le opere del tuo amore, illumina i figli da te redenti perché comprendano che, se fu grande all’inizio la creazione del mondo, ben più grande, nella pienezza dei tempi, fu l’opera della nostra redenzione, nel sacrificio pasquale di Cristo Signore. Egli vive e regna nei secoli dei secoli.
 

Seconda Lettura
   Genesi 22,1-18 Dio ci libera dalla morte – Come può un padre pensare che Dio gli chieda di uccidere il proprio figlio? L’atteggiamento di Abramo non è strano, se pensiamo che i sacrifici di bambini erano comunemente preticati in quei tempi. Ma Dio salva Isacco per mostrare al suo popolo che lui condanna certe pratiche. Tuttavia, lascia che Abramo giunga sino al limite della prova: l’erede che Dio gli ha dato, Abramo accetta di perderlo0, per riceverlo una seconda volta dalla mano di Dio. La sua fede raggiunge qui il culmine: è pronto a donare quanto ha di più caro. Questo sacrificio, che Dio ha voluto da un uomo, l’ha compiuto egli stesso per noi, donandoci il suo unico Figlio Gesù.
 

Preghiamo.
O Dio, Padre dei credenti, che estendendo a tutti gli uomini il dono dell’adozione filiale, moltiplichi in tutta la terra i tuoi figli, e nel sacramento pasquale del Battesimo adempi la promessa fatta ad Abramo di renderlo padre di tutte le nazioni, concedi al tuo popolo di rispondere degnamente alla grazia della tua chiamata. Per Cristo nostro Signore.
 

Terza Lettura
       Esodo 14,15-15,1 La storia e la leggenda – I fatti più importanti della vita di una nazione, anche se rigorosamente storici, sono spesso oggetto di amplificazione epiche, allo scopo di renderli eterni. E ogni popolo che raggiunge l’indipendenza, canta le sue epopee, celebra i suoi eroi, ne descrive le gesta ingrandendo a volte i particolari più pittoreschi, affinché di anno in anno la festa nazionale abbia il suo pieno significato. Così avvenne per Israele; il racconto della sua liberazione assume un tono miracoloso, poiché tale libertà è stata raggiunta con la collaborazione di un alleato prestigioso, Dio stesso.
  

Preghiamo.

O Dio, tu hai rivelato nella luce della nuova alleanza il significato degli antichi prodigi: il Mar Rosso è l’immagine del fonte battesimale e il popolo liberato dalla schiavitù è un simbolo del popolo cristiano. Concedi che tutti gli uomini, mediante la fede, siano fatti partecipi del privilegio del popolo eletto, e rigenerati dal dono del tuo Spirito. Per Cristo nostro Signore.
 

Quarta Lettura
     Isaia 54,5-14 Dio torna a cercarci – L’uomo aveva voluto radiare Dio dalla sua memoria, rifare da solo la sua vita riprendersi la sua libertà. Dio ha mille ragioni per essere adirato con lui, ma viene a cercare la pecorella smarrita. “Felice colpa”, che ha permesso di spezzare i legami superficiali e di scoprire l’interiore profonda attrattiva verso Dio: “Che sarei senza di te? Io sono stato generato dalla tua parola”. Veglia pasquale: incontro di antichi innamorati, rivelazione folgorante che si è fatti per l’altro, e tutti siamo fatti per Dio.
 

Preghiamo.
O Dio, Padre di tutti gli uomini, moltiplica a gloria del tuo nome la discendenza promessa alla fede dei patriarchi, e aumenta il numero dei tuoi figli, perché la Chiesa veda pienamente adempiuto il disegno universale di salvezza nel quale i nostri padri avevano fermamente sperato. Per Cristo nostro Signore.
 

Quinta Lettura
     Isaia 55,1-11 Dio si fa dono – Con quest’ultimo oracolo, il profeta Isaia conclude e riassume in un appello pressante il messaggio del suo libro: andiamo al Signore, lui solo può saziare la nostra sete. L’alleanza eterna, già promessa a Davide, ma portata alla dimensione del mondo, sarà definitivamente suggellata in un banchetto (immagine profetica della felicità futura), al quale siamo gratuitamente invitati. Mediante l’eucaristia e il battesimo, la chiesa ci offre il dono di Dio, che sarà “tutto in tutti” mediante lo Spirito.
 

Preghiamo.
Dio onnipotente ed eterno, unica speranza del mondo, tu hai preannunziato con il messaggio dei profeti i misteri che oggi si compiono; ravviva la nostra sete di salvezza, perché soltanto per l’azione del tuo Spirito possiamo progredire nelle via della tua giustizia. Per Cristo nostro Signore.
 

Sesta Lettura
       Baruc 3,9-15.31-4,4 Camminare nella luce – Abbagliati dalla filosofia greca, gli ebrei, rimasti in mezzo ai pagani, dubitano della superiorità della loro fede: “Cosa abbiamo noi più degli altri?”. Noi, risponde Baruc, non ci accontentiamo di cercare la saggezza: la sapienza, che è Dio stesso, ha abitato in mezzo a noi. Dispersi fra le genti, i cristiani lottano come tutti; non hanno che un vantaggio: il fatto di conoscere Gesù Cristo. Egli è il nostro rimprovero vivente: poiché mentre proclamiamo che un uomo ha superato i confini della morte con la risurrezione, rischiamo poi di scoraggiare gli uomini che lottano per un avvenire migliore.
 

Preghiamo.
O Dio, che accresci sempre la tua Chiesa chiamando nuovi figli da tutte le genti, custodisci nella tua protezione coloro che fai rinascere dall’acqua del Battesimo. Per Cristo nostro Signore.
 

Settima Lettura
   Ezechiele 36,16-28 Sia santificato il tuo nome- Quando gli ebrei, incapaci di conservare la loro unità e gli ideali dell’alleanza, furono dispersi e deportati, la loro fede perdette tutto il suo credito e i pagani sogghignavano: “Dov’è il loro Dio?”. Così se i cristiani si corrompono, se i loro pastori tradiscono il vangelo, non si tarda a concludere: Dio è morto. Ma Dio santificherà il suo nome, gli ridonerà splendore. Dal fallimento sorgerà una restaurazione insperata e inattesa; un’effusione del suo Spirito trasformerà i cuori sino al punto che i pagani, meravigliati, capovolgeranno la loro impressione: “Il vostro Dio è davvero sorprendente!”.
 

Preghiamo.

O Dio, potenza immutabile e luce che non tramonta, volgi lo sguardo alla tua Chiesa, ammirabile sacramento di salvezza, e compi l’opera predisposta nella tua misericordia: tutto il mondo veda e riconosca che ciò che è distrutto si ricostruisce, ciò che è invecchiato si rinnova, e tutto ritorna alla sua integrità, per mezzo del Cristo, che è principio di tutte le cose. Egli vive e regna nei secoli dei secoli.
  

Epistola
    Romani 6,3-11 La nascita dell’uomo nuovo – Il battesimo richiama il gesto dell’immersione. Per san Paolo, ciò che viene così inghiottito dall’acqua è un’umanità superata, dominata dal peccato. Il modello di questo uomo vecchio è Adamo (Rm 5), e Gesù, mediante la propria morte, l’ha ormai sepolto. L’acqua del battesimo richiama inoltre l’idea di rinnovamento e di effusione dello Spirito, che ci viene dato in Gesù Cristo. Come il mondo (Gn 1) è sorto dall’acqua e dalle mani di Dio, dal battesimo nasce un’umanità nuova il cui modello è Gesù Cristo, il nuovo Adamo. Quest’umanità non è più soggetta al peccato e alla morte, ma, come Cristo risorto, si nutre di grazia e di vita.  

COLLETTA
O Dio, che illumini questa santissima notte con la gloria della risurrezione del Signore, ravviva nella tua famiglia lo spirito di adozione, perché tutti i tuoi figli, rinnovati nel corpo e nell’anima, siano sempre fedeli al tuo servizio. Per il nostro Signore Gesù Cristo…   

VANGELO
 Anno “A” 

Matteo 28,1-10
Il primo giorno della nuova creazione –
Ecco l’alba di una nuova era del mondo; il grande giorno annunciato dai profeti è giunto, e viene sottolineato da una descrizione simbolica: la terra trema, la luce è abbagliante; l’uomo vecchio, che non si adegua a questa trasformazione, è perduto, mentre l’altro, che l’accoglie, è invaso dalla gioia. L’evento esplode nonostante le preoccupazioni: Dio infatti sa aprirsi una strada là dove tutte le uscite sono state sbarrate. Persino le tombe si aprono. Credere nell’evento della pasqua è credere nella vita. Una vita che si è manifestata nel Crocifisso, la prima domenica della nostra era, allo spuntar del sole.
 

ORAZIONE

O Dio, che illumini questa santissima notte con la gloria della risurrezione del Signore, ravviva nella tua famiglia lo spirito di adozione, perché tutti i tuoi figli, rinnovati nel corpo e nell’anima, siano sempre fedeli al tuo servizio. Per il nostro Signore Gesù Cristo…

     

DOMENICA DI PASQUA: ALLELUJA!!!
   

Messa del giorno 
 

At 10,34.37-43
Noi ne siamo i  testimoni –
Il messaggio centrale della predicazione apostolica è sintetizzato nell’affermazione che Gesù di Nazaret, che i giudei avevano crocifisso, Dio l’ha risuscitato e gli apostoli possono testimoniarlo. Questo afferma san Pietro davanti alla famiglia pagana di Cornelio, per condurla alla conversione e al battesimo. Dal momento in cui Cristo è risorto, non è più il messia di un piccolo popolo, ma dell’intera umanità; e i cristiani, come i profeti e gli apostoli, ne devono rendere testimonianza attraverso una vita rinnovata e aperta al mondo.
 

Col 3,1-4
E’ sempre pasqua –
“Riconosci, o uomo, la tua dignità”. Tu vali più di quanto non sembri. La tua vocazione alla felicità non sarà realizzata che nell’ultimo giorno; ma fin da ora il Cristo la va disegnando in te: tu vivi col Risorto. La pasqua c’impegna costantemente a dar prova di questa gioia, segno della vita nuova che Gesù ci ha procurato.
 
Oppure: 1Cor 5,6b-8 La nostra pasqua – La festa di pasqua acquista il suo vero significato solo se la nostra vita se ne sente radicalmente trasformata, se rinunciamo davvero al peccato. Per spiegare questa verità fondamentale, Paolo ricorre a un paragone, quello del pane azzimo. L’immagine non è tanto chiara per noi come lo era per i primi cristiani. Per comprenderla, occorre ricordarsi che nella notte di pasqua gli ebrei spazzavano accuratamente la loro casa, per togliere ogni traccia di pane lievitato, segno d’impurità; in secondo luogo, il pane pasquale doveva essere azzimo, senza lievito, segno e profezia della “novità” operata nel mondo della potenza di Dio.  

Gv 20,1-9
La scoperta di Gesù risorto –
La speranza di Maria, di Giovanni e di Pietro è messa a dura prova dal sepolcro vuoto. Essi cercano la presenza, ma fanno la dolorosa esperienza dell’assenza. La loro fede nel Risorto nasce inizialmente da uno sbigottimento, da una delusione, da un fatto inatteso. Molti uomini contemporanei rifanno, con stupore ed emozione, il medesimo pellegrinaggio; e poiché a poco a poco l’idea di Dio si dissolve in loro, esclamano: Dio è morto. I cristiani contemplano la tomba di Cristo; ma con Maria, Giovanni e Pietro, riconoscendo che il sepolcro è vuoto, imparano che Dio è al di là di ogni aspettativa, imprevedibile e sconcertante.
 

Per la Messa vespertina
 
Lc 24,13-35 Lo riconobbero nello spezzare il pane – Questo racconto si trova solo nel vangelo di Luca. In esso l’evangelista fa rivivere esperienze tipiche delle prime comunità cristiane: infatti, le parole dei discepoli e la risposta di Gesù sul compiersi delle Scritture costituiscono chiaramente una sintesi della catechesi primitiva (cf. At 2,22-23); così pure, il rito della frazione del pane ci richiama, sia nei gesti che nelle parole, la cena del Signore. E’ quindi per l’ascolto delle Scritture e per la fede della comunità che siamo condotti a riscoprire la presenza di Cristo risorto nella nostra vita nella storia. ORAZIONE

O Padre, che in questo giorno, per mezzo del tuo unico Figlio, hai vinto la morte e ci hai aperto il passaggio alla vita eterna, concedi a noi, che celebriamo la Pasqua di risurrezione, di essere rinnovati nel tuo Spirito, per rinascere nella luce del Signore risorto. Egli è Dio…

     ALLELUJA! IL SIGNOREE’ RISORTO ALLELUJA!


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