Peregrinatio della B.V. delle Grotte

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L’IMMAGINE DELLA BEATA VERGINE DELLE GROTTE E VENUTA ANCHE DA NOI! 

  Nei giorni 3 e 4 settembre la nostra Parrocchia, in occasione delle feste decennali, ha accolto con gioia la venerata immagine della Madonna delle Grotte così amata dalla nostra gente, che numerosa fa visita al suo piccolo Santuario, situato nella Parrocchia di Mondolfo.

Dalla sera del 3 settembre, con l’accoglienza dell’immagine, abbiamo vissuto una intensa giornata di spiritualità mariana animata dal Padre Passionista che accompagnava la peregrinatio.

Il 4 settembre alle ore 8,15 si è iniziato con la recita del Rosario seguito dal canto delle Lodi, alle ore 9 la celebrazione della Santa Messa presieduta dal Parroco.


Molti sono stati i fedeli che durante la mattinata hanno fatto omaggio con la loro presenza e preghiera alla Vergine Santa.

Nel pomeriggio alle ore 15 l’ora mariana  con la recita del Rosario meditato dal Padre Passionista. La recita del Rosario è stata fatta dai nostri bambini intervenuti al momento di preghiera, insieme a tanta altra gente, e anche per loro è stato un momento di fede nel recitare le Ave Maria con quella paura e tensione propria di chi si sente osservato, ma un esperienza di fede anche per gli adulti, che con gioia e riconoscenza hanno risposto alla voce dei bambini che guidavano la recita della preghiera mariana più conosciuta al mondo.

Alla sera alle ore 21 la Santa Messa presieduta dal Padre Passionista e concelebrata dai sacerdoti della parrocchia ha concluso questa visita di Maria, la quale ci ha riportato Gesù che ora noi dobbiamo far crescere col suo esempio.

Per la Rai Saladino è buono e la Chiesa ha la faccia feroce

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Per la Rai Saladino è buono e la Chiesa ha la faccia feroce  
Di Mario Palmaro Il Giornale 10/10/2007  

      Dopo aver visto in tv Chiara e Francesco, ne siamo più che mai convinti: proponiamo una moratoria di almeno dieci anni per le fiction dedicate ai santi. Anche Francesco d’Assisi è caduto vittima di questa alchimia mediatica, che trasforma il sale del Vangelo in zucchero ecumenico, il fuoco della vocazione in brodino caldo filantropico. Lo sceneggiato della Lux Vide era cominciato benino con un’onesta rievocazione della vita del Poverello di Assisi. Fintantoché agli sceneggiatori non è saltato in mente di dedicare un terzo del tempo a loro disposizione alle Crociate. E qui è accaduto il fattaccio. Francesco va in Egitto per parlare con il Sultano, e chi trova a dar scandalo? Un cardinale guerrafondaio, armato fino ai denti, che pare appena uscito dalla marcia su Roma. Tutto vestito di nero, mascella volitiva, sguardo magnetico da «querciolo di Romagna», al prelato manca solo il balcone di Palazzo Venezia. Naturalmente spiega a Francesco che a lui la pace non interessa nulla, vuole vincere punto e basta. Come dire, è sempre «l’ora delle decisioni irrevocabili». E Francesco, invece di fare il bravo balilla, obietta che i Saraceni «credono nel Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe».
Ora, nessun uomo del Medioevo avrebbe mai potuto proferire un concetto del genere, perché un cristiano del Duecento non avrebbe mai detto che «i musulmani credono nel nostro stesso Dio»: e, a rigor di logica, non dovrebbe dirlo neanche oggi. In ogni caso, quando il vero Francesco andò dal Sultano, nel 1219, gli disse parole ben diverse: «I cristiani giustamente attaccano voi e la terra che avete occupato, perché bestemmiate il nome di Cristo e allontanate dal suo culto quelli che potete». Nella fiction della Rai, invece, quando il Sultano rimprovera il Poverello perché i cristiani hanno mosso guerra, lui non sa far di meglio che chiedergli scusa. Di più: si mette a trattare una spartizione della Terra Santa, neanche fosse il precursore della Comunità di Sant’Egidio. Risultato: lo spettatore meno avvertito ne ricava che cristiani e musulmani avrebbero potuto vivere tranquillamente in pace, nel pieno rispetto della convenzione di Ginevra, se non fosse stato per quei cattivoni dei crociati. In queste fiction dei giorni nostri, i protagonisti sono letteralmente sradicati dalla mentalità del loro tempo e ragionano come un uomo del Terzo millennio, imbevuto di politically correct. Nella fiction della Lux Vide, accanto ai «buoni» Francesco e Chiara si muovono schiere di vescovi e cardinali cattivissimi. In questo modo, la santità diventa davvero un miracolo inspiegabile, perché non si riesce a capire come una specie di associazione a delinquere quale appare la Chiesa del passato riesca poi a produrre figure di eccelsa moralità come un Francesco o una Chiara d’Assisi. È la fiction, bellezza. Questi lavori, anche quando sono prodotti da cattolici come i fratelli Bernabei della Lux, non hanno nessuna intenzione di descrivere chi veramente fu un certo santo del passato. Preferiscono confezionare un fantoccio imbottito dei buoni sentimenti, della mentalità e dei luoghi comuni del tempo presente. Ma così facendo, non si fa un buon servizio ai credenti. Né tanto meno ai laici che vorrebbero sinceramente capire più da vicino che cos’è un santo: anche loro, l’altra sera, avrebbero probabilmente voluto incontra e Chiara d’Assisi. Ma quelli veri erano altrove.   

NON AVER PAURA DI ANNUNCIARE CRISTO

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NON AVER PAURA DI ANNUNCIARE CRISTOdi GHERARDO LEONE(in LA CASA sollievo della sofferenza n. 7 aprile 2007)  

Insomma, noi cristiani, noi cattolici, dovremmo sempre placidamente stare zitti, sempre. E non farci vedere, non apparire. Rimanere nascosti, acquattati nelle nostre case, nelle nostre chiese. Attenti a non dare fastidio a nessuno. E’ già troppo che ci facciano vivere.

            Si cominciò subito dopo la morte di Cristo e la sua resurrezione, a guardarci male, a darci la caccia. Anzi, si cominciò con Cristo vivente, subito dopo la cattura nell’orto del Getsemani. Quando Pietro voleva essere presente nel cortile del Sinedrio, per seguire la sorte di Gesù, essergli in qualche modo accanto. Ma passando inosservato, accanto al fuoco. Avvolto nel suo mantello, il cappuccio, c’è da pensarlo, abbassato. Ma ecco una pettegola servente, di quelle che nei casamenti d’ogni tempo sanno tutto, vedono tutto, non sfugge loro niente, fissarlo e dire: “Ma tu, non sei uno che seguiva il Nazzareno?”. “Io? Neppure per sogno”, lì per lì gli venne da rispondere. Ma ecco dopo un po’ un’altra pettegola: “Ma tu, non eri?…”. E Pietro negò di nuovo.

 

            Il Nazzareno era ormai istituzionalmente alla gogna. Sconfessato. Da quelli che contavano. E il gioco delle opinioni incomincia a girare: fedeli, amici, avversari, indifferenti. E del resto, già quando era ben vivo, e attivo nella predicazione, avevano cercato di spingerlo giù in un burrone a Nazareth, alle prime parole non gradite. E nel paese dei Gadareni, dopo averlo visto scacciare una turba di demoni da due indemoniati, lo supplicarono vivamente “di andar via dal loro territorio”.

            Scomodo. Anche quando compie prodigi: che turbano, sconvolgono. I profeti vanno uccisi. Gli annunciatori controcorrente soppressi. O per lo meno ironizzati: “Non è costui il figlio del falegname?”. Come mai si mette a parlare di Sacra Scrittura? Non stava a piallare assi di legno nella bottega del padre? Chi è, da dove viene, che vuole? Siamo nella nostra Terra, che era stata promessa, dopo tanto tribolare dei nostri padri. Abbiamo il tempio, le sinagoghe, i rabbini. Che vuole costui? Parla di un regno. Vuole insorgere contro i romani? In fondo non ci danno fastidio. La loro presenza, anzi, aumenta il commercio. Che vuole costui? Sovvertire, sconvolgere?

 L’amore a Gesù è troppo forte per dimenticarlo.

Acquattati, i cristiani, ci rimasero un po’, dopo la resurrezione di Gesù, e il suo farsi vedere ora dall’uno ora dall’altro, mostrando anche le piaghe. “Eccole, toccatele”. Altro che Codice Da Vinci. Altro che fuga clandestina, Maddalena e tutto il resto alla Dan Brown.

L’amore a Gesù era troppo forte per passare sopra alla sua persona, dimenticarlo. E c’era Maria con loro, che mai e poi mai avrebbe lasciato cadere tutto. E Giovanni, affidato a lei, e lei a lui, da Gesù morente. Come dire: Tocca a voi ora. E c’era Pietro, al quale ancora rimordeva il diniego, ripetuto, di conoscerlo, la notte della cattura. E tutti gli altri, fiduciosi in lui: pietra sulla pietra. E c’era l’esplosione dello Spirito Santo su di loro. Clamoroso, strapubblico. Si poteva tacere? Anche se avessero voluto, non potevano più. Perché un fuoco violento li assaliva, riempiva. L’eruzione del pensiero, delle parole. In un ardore, un coraggio, mai forse provato anche quando erano uomini qualunque della Galilea, della Giudea, nei loro affari, nella loro attività. Parlavano e la gente si stupiva. L’establishment rimaneva interdetto. Poco dopo. Le prime avvisaglie. L’arresto, il fermo diremmo oggi, di Pietro e degli altri, ai primi prodigi e predicazioni. Ma intervenne Gamaliele, stimato Fariseo, dottore della legge, a calmare il Sinedrio, e furono liberi.

Ma non stettero più zitti.

Nel corso dei secoli, dovunque, in tutti i continenti. Niente li ha fermati. Le persecuzioni, di imperatori, monarchi, capitribù, oligarchi, con gli imprigionamenti, le torture, le condanne a morte. Gli ammazzamenti a freddo, da sgherri, killer. Le ostilità. Sacerdoti, neofiti, suore, vergini, eremiti, santi, papi. Nessuno è stato esente.

Giovanni Paolo II, designato alla morte per assassinio perché parlava, non stava zitto.

Ma prima di lui, PioXII, sottoposto a insulti, accuse, offese, alla fine degli anni Quaranta, dai giornali satirici. Dall’anticlericale “Don Basilio”. E allora insorse, compatta, tutta la consorteria cattolica delle associazioni. Rispondemmo per le rime, senza timidezze, con manifesti, cortei, discorsi pubblici, marce. In prima fila gli universitari. Sconcertando chi mai avrebbe ritenuto i cattolici capaci di reazioni così pubbliche. Quell’ostilità per Pio XII riemerge, a intervalli, anche oggi. Per la Shoah. C’è ancora chi lo accusa di non averla deplorata abbastanza. Nonostante le documentazioni favorevoli anche da parte di esponenti ebraici.

 Per quanto si voglia guardare a questi fatti con serenità, non sono segnali irrisori.

            Per Paolo VI, la cnea si levò contro di lui, nel 1968, all’uscita della sua Enciclica “Humanae vitae”. Con il silenzio, purtroppo, quella volta, di non so quanti intellettuali cattolici. E sorse Pisolini a difenderlo. Il trasgressivo, il sovvertitore. Ma di per sé tormentatissimo. Proprio per ciò che oggi viene proclamato come un “orgoglio”, rivendicandone la legalizzazione. Che i cattolici non possono appoggiare, per i loro irrinunciabili principi. E perciò parlano, parliamo.

            Ed ecco le scritte, le minacce. Contro il Papa, contro Bagnasco. Con firma anche della stella a cinque punte. Ma che cosa c’entra con lui? E che c’entra il refain di sapore resistenziale ? Il vento del Nord. Con le sue uccisioni illegali, anche di preti, e non preti, semplicemente perché cristiani.

 

            Per quanto si voglia guardare a questi fatti con serenità di valutazione, non sono segnali irrisori. E’ un rigurgito, in veste nuova, di tutte le avversioni codificate, storiche, al Cristianesimo, al papato. Nei secoli più recenti: dalla rivoluzione francese, con preti, suore, semplici cristiani, a decine alla ghigliottina; dalla rivoluzione russa d’ottobre, con la soppressione della religione, delle chioese.

Fronde inquiete, normalmente sopite o malsopite, nella convivenza di opinioni e di cosiddetti stili di vita. Che riemergono visibilmente proprio per quella voluta, sostenuta, istituzionalizzata libertà di idee e comportamenti. In verità, anche pretesa fuori luogo, strappata con compromessi, quando non imposta con manovre politiche.

 La verità è che non si vuole Crist, si ha paura di lui.

Ma perché ce l’hanno con noi cristiani, con noi cattolici? Perché abbiamo una visione delle cose della Terra non appiattita, non limitata al contingente, non vista come un assoluto. La verità è che non si vuole Cristo. Si ha paura di lui, lo si teme, perché prospetta un genere di vita che non è quello dell’istinto, del predominio sopraffattore, del lassismo di vita. E’ Cristo che si odia. Per questo, nelle rivoluzioni e nei regimi, si uccidevano, si uccidono, chi porta il suo nome, parla di lui.

liturgia storia e memoria

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La Liturgia tra storia e memoria 

NOSTALGIA DELL’ANTICOMA
INESAURIBILE NOVITA’
 
di INOS BIFFI     in L’Osservatore Romano giovedì 22 novembre 2007  

            Una memoria segno e presenza dell’opera di salvezza: è una definizione teologica limpida e precisa dell’Eucaristia e di tutta la liturgia, che dall’Eucaristia irraggia e in essa si risolve. La troviamo nella secreta del messale di Pio V, alla IX domenica dopo pentecoste – ora nella II per annum – ma la formula è antica, e già la contengono i primi sacramentari. Nel suo nitido latino suona così : Quoties huius hostiae comemoratio celebratur, opus nostre salutis exercetur, e una sua versione, che purtroppo non riesce a rendere il tenore e l’eleganza originaria, potrebbe dire: “Ogniqualvolta è celebrata la memoria di questo sacrificio, diviene operante l’opera della nostra salvezza”.

            Non è facile reperire un termine che renda adeguatamente l’exercetur originale, ma il concetto è chiaro: nella memoria liturgica – come per una vittoria sul tempo e sul suo potere logorante – si trova ravvivata l’opera della nostra salvezza.

            Questo testo ha particolarmente richiamato l’attenzione dei grandi liturgisti e autori del movimento liturgico nel secolo XIX e XX – come Guéranger o Schuster – che lo ricordano e lo commentano, e la stessa costituzione Sacrosanctum concilium del Vaticano II lo cita, per determinare il ruolo della liturgia nella vita della Chiesa.

            Oggi, forse, importa particolarmente ritornare alla chiara visione teologica della liturgia, così perspiquamente evocata da questa breve orazione: un suo annebbiamento o una sua trascuratezza comporterebbero il fraintendimento della celebrazione. E possiamo riconoscere che esso è, qua e là, avvenuto e lo si può cogliere dove la celebrazione non risalti originariamente come atto di Cristo, che coinvolge nei suoi misteri, come luogo della sua signoria, come dono del suo Spirito in una Chiesa fedele e orante, tutta presa dal rendimento di grazie e dallo stupore di incontrare e “trattenere” Cristo nei santi segni. L’espressione è di sant’Agostino: In tuis te teneo sacramentis.

            Ma torniamo alla “secreta”.

            In essa l’Eucaristia è compresa come “celebrazione della memoria del sacrificio”, e come rito che rimanda all’avvenimento storico della croce.

            Sennonché questo avvenimento, svoltosi e circostanziato nel tempo, non è sentito come definitivamente consumato e ceduto al passato, di cui sia diventato irrimediabilmente possesso, e che solo si possa ritrovare nelle tracce precarie lasciate o riesumate nella forma labile di un ricordo dello spirito.

            L’immolazione della croce, nella quale si è compiuto l’opus salutis – l’espressione è già di Leone Magno – è percepita come presente: nella celebrazione della sua memoria è attiva; o “in esercizio”, l’opera della salvezza, avvertita non come un episodio del passato, semplicemente rievocato, o solo intensamente rappresentato, ma come un fatto che dispiega tutto il suo vigore nell’attualità.

Il sacrificio del calvario ha segnato per sempre la storia, quasi vincendone la forza naturalmente logorante: avvenuto nel tempo “una volta per tutte” (Ebrei 9,28) – “morì sotto Ponzio Pilato” – esso si è posto “sopra” ogni tempo, per non tramontare mai nel seguito dei secoli: non c’è momento rispetto al quale il sacrificio della Croce sia lontano o luogo dal quale sia assente.

            Nella celebrazione eucaristica, che è il modello e il principio di ogni celebrazione, la memoria non si ripiega su se stessa, ma si apre a una presenza; il segno non è il delinearsi della pallida immagine di un irrecuperabile passato, ma l’aprirsi di un’inesauribile novità.

            Ma questo non sorprende: la morte di Gesù non è una fine, ma un compimento; in essa si avvera l’eterno disegno di Dio che tutto mirava al Cristo crocifisso e risuscitato. Nella sua morte, coronata di gloria, Gesù è costituito Signore, che tutto attrae a sé (Gv 12,32); essa possiede una grazia illimitata, o – direbbe san Tommaso – è provveduta di una virus salvifica, che non si consuma: nel Corpo dato e nel Sangue sparso il Padre ha dato tutto e per sempre.

            Nell’Eucaristia, come in ogni azione liturgica, si ritrova il Crocifisso glorioso, che rende partecipe della grazia del suo sacrificio, ed è come dire che effonde il suo Spirito.

            A costituire i sacramenti, a renderli efficaci, è questa presidenza personale e attuale di Gesù, o questa “iniziativa” del Risorto, che non solo li ha storicamente istituiti, ma ogni volta li sostiene e ad essi conferisce sostanza e validità. Ogni sacramento è indice infallibile della puntuale e salvifica fedeltà di Gesù Cristo.

            A questa presenza era particolarmente sensibile sant’Ambrogio. Scriveva “E’ Cristo stesso a compiere l’offerta in noi: lui stesso che sta presso il Padre”; “E’ Cristo che battezza nella Chiesa”.

            E, parlando del battesimo in una veglia pasquale, egli osservava: non fu papa Damaso a purificare, non il vescovo Pietro d’Alessandria, non Ambrogio, non Gregorio Nazianzeno a Costantinopoli, poiché se “nostra è la presenza ministeriale, di Cristo sono i sacramenti” – nostra servita, tua sacramenta.

            I nostri riti riescono efficaci per la garanzia che Gesù stesso conferisce loro, ossia perché primariamente sono segni da lui gestiti e colmati, quasi involucri che ne contengono la presenza e la grazia. Secondo la tradizione e precisa espressione teologica, ricorrente nello stesso magistero ecclesiastico, i ministri nei sacramenti agiscono in persona Christi, cioè come vicari o rappresentanti di Cristo; mentre celebrano, essi sono intimamente associati e connessi con lui, che si trova dietro la loro opera liturgica quale vero e unico Autore dei sacramenti, che incessantemente fonda e accorda valore al servizio ecclesiale.

            Questo  è indispensabile, perché compaia il sacramento, ma sempre come professione di fede e di obbedienza, come accogliente e riconoscente disponibilità, che non suscita ma riceve la grazia, che appartiene esclusivamente al Signore.

            Fosse lasciato solo, il ministro sarebbe sterile; in realtà esso istituisce una compagnia con Gesù Cristo, un consenso a lui, che “precede” e “pre-occupa” il segno sacramentale.

            La conseguenza sarà che tutto nel rito liturgico dovrà far emergere Gesù Cristo, l’unico supremamente interessante; tutto dovrà porre in risalto che egli è il Primo, e che non siamo noi, evitando tutto quanto potrebbe oscurare o far passare in secondo ordine la sua signoria.

            La liturgia non è un ripiegarsi della Chiesa su se stessa, per autocelebrarsi, ma è memoria delle “meraviglie di Dio” compiute in Gesù Cristo; è incessante esaltazione non di nostre imprese, ma delle “grandi cose che il Signore ha fatto per noi” (Slm 126,3) e quindi è contemplazione, gioia, adorazione. Ma anche e soprattutto la liturgia è dramma, estremamente serio, perché incessante “annunzio della morte del Signore, in attesa della sua venuta (Cor 11,26). Nella loro varietà e nel loro molteplice linguaggio, i riti valgono perché professano tutti la loro relazione con Cristo e perché tutti significano la fede e l’obbedienza della Chiesa, che tramite l’azione liturgica riceve da lui l’opera di salvezza.

            E’ facile vedere che, senza questa teologia o, meglio, senza questo “cristocentrismo”, ogni “arte del celebrare” si dissolve in estetismo, ogni formazione è svuotata di contenuto, e ogni recupero si stempera in pura nostalgia dell’antico.

I CATTOLICI IPNOTIZZATI DA K. Marx dimenticano le stragi rosse

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Di Antonio Socci Libero 21/10/2007   

     Il 28 ottobre prossimo in Vaticano saranno beatificati 498 martiri della feroce persecuzione religiosa esplosa in Spagna dopo il 1931 e specialmente fra il 1934 e il 1936. Una cerimonia di massa di tali proporzioni non ha precedenti. Aveva cominciato Giovanni Paolo II beatificando nel 1987 tre suore carmelitane che erano state crudelmente massacrate per le strade di Madrid. Poi papa Wojtyla celebrò altre undici cerimonie di beatificazione per un totale di 465 martiri spagnoli. Domenica prossima saranno dichiarati beati 2 vescovi, 24 preti, 462 religiosi e religiose, 2 diaconi, 1 seminarista e 7 laici, tutti vittime di quella persecuzione.
Sarà l’occasione per conoscere una delle più sanguinarie tempeste anticristiane scatenate nell’Europa del nostro tempo ad opera dei rivoluzionari repubblicani (una miscela di comunismo, socialismo, anarchia e laicismo). “Mai nella storia d’Europa e forse in quella del mondo” ha scritto Hugh Thomas “si era visto un odio così accanito per la religione e per i suoi uomini”. Chiese e conventi (con una quantità di opere d’arte) furono incendiati e distrutti. In pochi mesi furono ammazzati 13 vescovi, 4.184 sacerdoti e seminaristi, 2.365 religiosi, 283 suore e un numero incalcolabile di semplici cristiani la cui unica colpa era portare un crocifisso al collo o avere un rosario in tasca o essersi recati alla messa o aver nascosto un prete o essere madre di un sacerdote come capitò a una donna che per questo fu soffocata con un crocifisso ficcato nella gola. Molti vescovi o sacerdoti sarebbero potuti fuggire, ma restarono al loro posto, pur sapendo cosa li aspettava, per non abbandonare la loro gente. Non colpisce solo l’accanimento con cui si infierì sulle vittime, inermi e inoffensive (per esempio c’è chi fu legato a un cadavere e lasciato così al sole fino alla sua decomposizione, da vivo, con il morto). Ma colpisce ancora di più la volontà di ottenere dalle vittime il rinnegamento della fede o la profanazione di sacramenti o orribili sacrilegi. Qua c’è qualcosa su cui non si è riflettuto abbastanza. Faccio qualche esempio. I rivoluzionari decisero che il parroco di Torrijos, che si chiamava Liberio Gonzales Nonvela, data la sua ardente fede, dovesse morire come Gesù. Così fu denudato e frustato in modo bestiale. Poi si cominciò la crocifissione, la coronazione di spine, gli fu dato da bere aceto, alla fine lo finirono sparandogli mentre lui benediva i suoi aguzzini. Ma è significativo che costoro, in precedenza, gli dicessero: “bestemmia e ti perdoneremo”. Il sacerdote, sfinito dalle sevizie, rispose che era lui a perdonare loro e li benedisse. Ma va sottolineata quella volontà di ottenere da lui un tradimento della fede. Anche dagli altri sacerdoti pretendevano la profanazione di sacramenti. O da suore che violentarono. Quale senso poteva avere, dal punto di vista politico, per esempio, la riesumazione dei corpi di suore in decomposizione esposte in piazza per irriderle? Non c’è qualcosa di semplicemente satanico? E il giovane Juan Duarte Martin, diacono ventiquattrenne, torturato con aghi su tutto il corpo e, attraverso di essi, con terribili scariche elettriche? Pretendevano di farlo bestemmiare e di fargli gridare “viva il comunismo!”, mentre lui gridò fino all’ultimo “viva Cristo Re!”. Lo cosparsero di benzina e gli dettero fuoco. Qua non siamo solo in presenza di un folle disegno politico di cancellazione della Chiesa. C’è qualcosa di più. A definire la natura e la vera identità di questo orrore ha provato Richard Wurmbrand, un rumeno di origine ebraica che in gioventù militò fra i comunisti, nel 1935 divenne cristiano e pastore evangelico, quindi subì 14 anni di persecuzione, molti dei quali nel Gulag del regime comunista di Ceausescu. Anch’egli aveva notato – nei lager dell’Est – questo oscuro disegno nella persecuzione religiosa. In un suo libro scrive: “Si può capire che i comunisti arrestassero preti e pastori perché li consideravano contro rivoluzionari. Ma perché i preti venivano costretti dai marxisti nella prigione romena di Piteshti a dir messa sullo sterco e l’urina? Perché i cristiani venivano torturati col far prendere loro la Comunione usando queste materie come elementi?”. Non era solo “scherno osceno”. Al sacerdote Roman Braga “gli vennero schiantati i denti uno ad uno con una verga di ferro” per farlo bestemmiare. I suoi aguzzini gli dicevano: “se vi uccidiamo, voi cristiani andate in Paradiso. Ma noi non vogliamo farvi dare la corona del martirio. Dovete prima bestemmiare Iddio e poi andare all’inferno”. A un prigioniero cristiano del carcere di Piteshti, riferisce Wurmbrand, i comunisti ogni giorno ripetevano in modo blasfemo il rito del battesimo immergendogli la testa nel “bugliolo” dove tutti lasciavno gli escrementi e costringevano in quei minuti gli altri prigionieri a  cantare il rito battesimale. Altri cristiani “venivano picchiati fino a farli impazzire per obbligarli a inginocchiarsi davanti a un’immagine blasfema di Cristo”. Si chiede Wurmbrand, “cos’ha a che fare tuttociò con il socialismo e col benessere del proletariato? Non sono queste cose semplici pretesti per organizzare orge e blasfemie sataniche? Si suppone che i marxisti siano atei che non credono nel Paradiso e nell’Inferno. In queste estreme circostanze il marxismo si è tolto la maschera ateista rivelando il proprio vero volto, che è il satanismo”. In effetti il libro di Wurmbrand s’intitola “Was Karl Marx a satanist?” ed è stato tradotto in italiano dall’ “editrice uomini nuovi” col titolo “L’altra faccia di Carlo Marx”. L’autore si spinge, indagando negli scritti giovanili di Marx e nelle sue vicende biografiche, fino a ritenere che trafficasse con sette sataniste. Peraltro nel brulicare di sette e società esoteriche di metà Ottocento sono tante le personalità che hanno avuto strane frequentazioni. E su Marx anche altri autori hanno fatto ipotesi del genere. Wurmbrand sostiene soprattutto che la filantropia socialista non era l’ispirazione vera di Marx, ma solo lo schermo, il pretesto per la sua vera motivazione che era la guerra contro Dio. Realizzata poi su larga scala con la Rivoluzione d’ottobre e quel che è seguito (nei regimi comunisti fatti, correnti, episodi e personaggi che portano in quella direzione sono chiari). Sul satanismo non so pronunciarmi, ma gli effetti satanici dell’esperimento marxista (planetario) sono sotto gli occhi di tutti anche se rimossi clamorosamente dalla riflessione pubblica: la più colossale e feroce strage di esseri umani che la storia ricordi e la più vasta guerra al cristianesimo di questi duemila anni. Siccome capita di sentir formulare, in ambienti cattolici, giudizi indulgenti sugli “ideali dei comunisti”, che sarebbero poi stati traditi nella pratica o mal tradotti, è venuto il momento di definire una buona volta la natura satanica dell’ideologia in sé e di tutto quel che è accaduto. Visto che un grande filosofo come Augusto Del Noce da anni ha dimostrato quanto l’ateismo sia fondamentale nel marxismo e niente affatto marginale o facoltativo. La tragedia spagnola, su cui il popolo cristiano non sa quasi niente (e che fu perpetrata anche da altre forze rivoluzionarie e laiciste) dovrebbe far riflettere, se non altro per le proporzioni di quel martirio.

Diamo a Darwin quel che è di Darwin e a DIO quel che è di DIO

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CHE TIPO QUEL GESU’ CRISTO

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Che tipo quel Gesù Cristo!Cardinal Giacomo Biffi    Il cristianesimo è una persona: Gesù Cristo.

Gesù Cristo è il cuore, il vertice, la sintesi dell’annuncio evangelico; questo non dobbiamo mai dimenticarlo. Il cristianesimo, in sé, non è una concezione della realtà, non è un codice di precetti, non è una liturgia. Non è neppure uno slancio di solidarietà umana, né una proposta di fraternità sociale. Anzi, il cristianesimo non è neanche una religione. E’ un avvenimento, un fatto. Un fatto che si compendia in una persona.

Oggi si sente dire che in fondo tutte le religioni si equivalgono perché ognuna ha qualcosa di buono. Probabilmente è anche vero. Ma il cristianesimo non è una religione, ma è Cristo. Cioè una persona.

 L’identickit di Cristo.

Io ho puntato su di lui la mia vita, l’unica vita che ho; e quindi sento il bisogno ogni tanto di contemplarne il mistero, di rinfrescare l’identikit di Cristo.

Molte volte sentiamo parlare di Gesù Cristo, ogni tanto sul giornale c’è qualcuno che fa qualche scoop su di lui, ogni tanto si inventano e danno interpretazioni su chi sia Gesù Cristo, ma gli unici testi che ci parlano di Cristo soni i Vangeli. Perciò o si sta ai Vangeli, oppure si rinuncia a parlare di lui. Quindi, non dirò neanche una parola che non sia documentabile, a differenza di chi si inventa libri, film e parole.

 Che tipo era?

            Prima domanda, la più semplice: che tipo era questo Gesù Cristo? Che uomo era? Questo il Vangelo non lo precisa. E devo dire che un po’ mi secca, perché ho puntato la mia vita su di lui e non so neppure di che colore fossero i suoi occhi. Era bello o era brutto? Be’, secondo me, era bello.

C’è un episodio dell’undicesimo capitolo del Vangelo di Luca. Gesù sta parlando alla folla. All’improvviso una donna, lanciando un grido di entusiasmo, dice: “Beato il grembo che ti ha portato in seno e che ti ha nutrito”. Ecco, questo è il primo panegirico di Cristo. Ed è fatto in termini molto… corporei. Tant’è vero che poi Gesù le rimprovera di trascurare la parola di Dio per soffermarsi sulla sua bellezza: “Beati quelli che ascoltano la parola di Dio”.

Noi però ringraziamo questa donna sconosciuta che ci ha permesso di rispondere alla nostra domanda preliminare: Gesù era davvero un bell’uomo.

 I suoi occhi.

            E aveva anche due splendidi occhi. Lo sguardo di Gesù colpiva chi lo incontrava. I Vangeli, soprattutto quello di Marco, parlano spesso del suo sguardo: penetrante su Simone, che gli viene presentato dal fratello; affettuoso sul giovane ricco, quello che poi se ne va perché lui gli dice di “lasciare tutto e seguirlo”; di simpatia su Zaccheo, ilo capo dei pubblicani, gli esattori delle imposte che rubavano (solo allora, per carità, non voglio dar giudizi…), che lo guardava stando appollaiato su un albero. E, ancora, di tristezza sull’offerta dei ricchi, di sdegno su quel che avveniva nel tempio, di dolore per chi lo tradisce….Insomma, il suo era uno sguardo che parlava.

 Aveva idee chiare.

            E che faceva capire come Gesù avesse idee chiare. Molto chiare. Quando parlava non diceva mai “forse, secondo me, mi pare”. E non aveva peli sulla lingua neanche con i potenti: ricordate quando dà delle “volpe” al re erode?

 Uomo libero.

            Ma una delle cose più belle di Gesù è che era un uomo libero. Anche dai suoi amici. Quando san Pietro fa la sua professione di fede (ogni tanto ne azzeccava una anche san Pietro…) Gesù gli fa un panegirico mai dedicato a un uomo, tanto che san Pietro probabilmente si ringalluzzisce, comincia a pensare in grande. Ma quando Gesù gli annuncia che il suo destino è quello di essere mandato a morte, e Pietro, che già si sente “primo ministro del regno di Dio”, lo prende per un braccio e lo rimprovera, Gesù neanche lo guarda e lo tratta malissimo: “Và via da me Satana, tu non pensi alle cose di Dio ma alle cose degli uomini” Niente male per un amico, no?

 Ancor più libero con i parenti.

            Con i parenti, poi, certe volte era anche peggio. Quando Gesù abbandona la sua casa, a trent’anni, loro lo considerano pazzo. Lo dice il Vangelo di Marco, capitolo terzo: “Uscirono (i suoi parenti) per andare a prenderlo, perché dicevano – E’ uscito di sé-, è fuori di testa”. Poi, quando la gente comincia ad andargli dietro, i parenti cercano di riavvicinarsi a lui, perché capiscono che in qualche modo sta conquistando potere. E allora chiamano Maria, per cercare di convincere Gesù a tornare da loro. E lui? Capisce tutto al volo. E fa finta di non riconoscere nemmeno sua madre.

 Gesù amava.

            Ma non crediate che fosse un uomo troppo duro. Gesù amava. Molto. Anzitutto, i bambini. Sapeva capirli, dote che raramente noi adulti abbiamo: in genere, quando parliamo con loro, sappiamo solo chiedere quanti anni abbiano, quale classe frequentino… Roba che loro non interessa per niente. Lui, invece: “Lasciate che vengano a me”. Poi, gli amici. Aveva un forte senso dell’amicizia, Gesù. Per esempio era molto amico dei suoi discepoli; e, tra questi, era particolarmente legato a Pietro, Giovanni e Giacomo; e, ancora, tra questi soprattutto Giovanni gli era più amico. Insomma, anche lui aveva delle preferenze tra i suoi amici. Come è giusto: gli amici non sono mica tutti uguali. Poi, Gesù amava il suo popolo. Si sentiva pienamente ebreo, israelita. Tanto che il pensiero della distruzione di Gerusalemme lo fece addirittura piangere.

 La sua attenzione ai particolari.

Ma c’è un’altra cosa della personalità di Gesù che mi ha sempre colpito: la sua attenzione ai particolari. Gesù stava molto attento alle piccole cose della vita, anche perché sapeva che poteva farne delle parabole. Pensate a quella, quasi “emiliana”, del regno di Dio che è simile a una donna di casa che prende un po’ di lievito e lo impasta con la farina finché è tutto fermentato. O a quell’altra dell’amico seccatore che deve essere accontentato pur di potersene liberare. Verissimo.

Mi ricorda i nove anni in cui sono stato parroco a Legnano: c’era una donna che veniva a tormentarmi ogni giorno, lamentandosi del marito. Ma che cosa potevo fare, io? Non potevo mica ammazzarlo!

 Un episodio: una “lucciola”.

E ce ne sarebbero tanti altri, di episodi da ricordare. Nel capitolo settimo di Luca si racconta che Gesù è a pranzo da un capo fariseo: a un certo punto viene dentro una di quelle donne che non si sa come chiamarle… Diciamo una “lucciola”. Questa donna si mette vicina a lui e comincia a fargli dei complimenti, lo profuma. Era una scena gravissima: come se ad un pranzo parrocchiale in cui il parroco di Granarolo invita il sindaco e il maresciallo dei carabinieri una di quelle donne entrasse e si mettesse a fargli dei complimenti… Eppure Gesù non si scompone. Anzi, la difende quasi con cavalleria.

 Una figura umana eccezionale: soltanto questo?

Dal Vangelo, dunque, riconosciamo una figura umana eccezionale. Al punto che quando Ponzio Pilato lo presenta alla gente dice: “ecco l’uomo”.

E invece io dico: ecco il punto. Gesù era solo un uomo? Perché anche la maggior parte delle persone che non credono lo considerano un grande uomo, da stimare. Ma è una posizione insostenibile, se guardiamo a quello che Gesù Cristo stesso dice di sé. Esempi? Si definisce “figlio dell’uomo”, che era il titolo usato nelle profezie di Daniele per indicare un personaggio misterioso che sarebbe venuto dal cielo e che avrebbe posto fine alla storia. E con questo Gesù evoca la sua origine celeste e la sua definitività. Poi, dice di essere “più grande di Davide”; e Davide era il re ideale, l’ideale della monarchia e della regalità per gli ebrei.

 E’ più che un uomo.Ma la cosa forse più seria la dice nel discorso della montagna. “Beati i poveri…” e via dicendo, ricordate? Bè, quel discorso lui lo inizia così: “Avete udito che è stato detto agli antichi non uccidere. Io invece vi dico…”. Pensateci bene: con questa frase Gesù quasi “corregge” la rivelazione di Dio. Cioè rivendica a Sé anche il potere di giudicare l’uomo. E chi può farlo se non uno che si crede Dio? E le altre cose che raccomanda? “Chi dà la vita per me la troverà…”. Oh, dare la vita per uno non è mica uno scherzo. Una volta, in una visita pastorale, un bambino ma ha chiesto: “Ma tu saresti disposto a dare la vita per il Signore?” Io ci ho pensato su e gli ho risposto: “Senti, io sarei anche disposto a dare la vita per il Signore. Però mi seccherebbe parecchio”. Che era un tentativo di mettere insieme il dovere con la sincerità. E ancora: “Dà da mangiare a tuo fratello perché in lui vedi me”. Se un mazziniano storico dicesse: “Aiutate i fratelli perché in essi dovete vedere Giuseppe Mazzini”, direbbe una cosa che non commuoverebbe nessuno, perché un uomo povero vivo è molto più importante di Mazzini morto. Ma Gesù? Gesù ripaga con la vita eterna. Lo dice anche san Marco, scrivendo nel suo Vangelo in maniera un po’ umoristica: “Chi avrà lasciato il padre e la madre, i campi e la casa per me, avrà il centuplo quaggiù. Con le persecuzioni e la vita eterna”. Come dire: prima un po’ di botte, va bene. Ma poi la vita eterna.            Gesù è Dio.

Perché il fatto è che Gesù sarà pure stato un grande uomo, un uomo eccezionale. Ma soprattutto è Dio. E’ veramente Dio. E’ il Figlio di Dio. Non come lo siamo tutti noi, come lo sono tutte le creature, come la farfalla della vispa Teresa (anche lei è “figlia di Dio”): lui è il Figlio proprio, l’Unigenito.

 Una parabola inverosimile.

Negli ultimi giorni di vita Gesù racconta una parabola, una delle più inverosimili nella sua struttura letteraria (a Gesù non interessa raccontare una novella verista, ma trasmettere un mezz’aggio); è la parabola dei vignaioli infedeli e omicidi, che occupano il terreno del padrone senza dargli niente in cambio. Allora il padrone manda alcuni servi a riscuotere. I vignaioli li picchiano. Il padrone ne manda altri: ma i contadini li uccidono. E fin qui, secondo me, è un racconto un po’ esagerato: come facevano a pensare di uccidere così la gente e cavarsela senza problemi? Ma a questo punto la parabola diventa addirittura una cosa da matti. Il padrone dice: “Ah, ho un figlio unico, manderò lui perché avranno timore di mio figlio” Ma che è quel padre che sapendo di avere in casa dei briganti arrischia il suo unico figlio? E infatti i vignaioli decidono di uccidere anche lui, in modo da ereditare il patrimonio del padrone (chissà in quale codice sta scritto che l’eredità passa agli assassini dell’unico erede!). Insomma, la parabola è tutta sballata. Eppure si è verificata alla lettera: infatti Gesù verrà ucciso fuori dalla vigna, fuori dalle mura di Gerusalemme. Ed è stato il Padre a mandarlo.

 Dinnanzi a lui non resta che inginocchiarsi.

Mettete insieme tutte queste cose. Ne esce il ritratto di un uomo eccezionale, che dice di essere Dio. Una provocazione! Ma noi dobbiamo raccogliere questa provocazione. Perché se uno si presenta in questo modo, se dice di essere Dio, c’è poco da fare: o questo qui è un matto, e allora non lo si può stimare, oppure è vero quello che dice. E allora bisogna inginocchiarsi. Non basta mica dire: è un grande uomo.

 L’annuncio degli apostoli e il nostro annuncio: Gesù è risorto! Gesù è vivo!

E infatti, che cosa sono andati a dire gli apostoli di lui? Il nucleo del messaggio cristiano qual è? Una parola sola: è risorto. Si è risvegliato dalla morte. Gli apostoli sono andati in giro a dire che Gesù è risorto ed è ancora vivo. Oh, vivo oggi. Quando facevo scuola a Milano, all’Istituto di pastorale, ho fatto una lezione sulla resurrezione di Cristo. Finita la lezione, una signora si avvicina e fa: “Ma lei vuole proprio dire che Gesù è vivo…?”. “Si signore: che il suo cuore batte proprio come il suo e il mio”. “Ma allora bisogna proprio che vada a casa a dirlo a mio marito”. “Brava, signora, provi ad andare a dirlo a suo marito”. Il giorno dopo la signora torna da me e mi dice: “Sa, l’ho detto a mio marito”. “E lui?”. “Mi ha risposto: ma va?, avrai capito male”. Notate che quella era una catechista. Eppure era sconcertata. Io le faccio avere la registrazione della lezione. Lei la fa sentire a suo marito.

 Se è così, cambia tutto.

E lui alla fine crolla: “Ma se è così, cambia tutto”. Pensateci, e ditemi se non è vero: se quell’uomo, bello, buono, eccezionale, è davvero Dio, e se è ancora tra noi, allora cambia davvero tutto.


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