Maria. La Madre di Dio. Appunti di Mariologia. 3 – Giunta la Pienezza dei Tempi..

GIUNTA LA PIENEZZA DEI TEMPI

Da Note di Pastorale Giovanile

Maria nella storia della salvezza

Può essere successo anche a te. Spesso viviamo la routine di tutti i giorni presi da mille problemi, preoccupati del tempo che non è mai sufficiente per fare tutto ciò che abbiamo tra le mani, così indaffarati e distratti che gli eventi quotidiani ci passano accanto senza essere percepiti e quasi non diamo loro importanza. Frasi, gesti, situazioni che non sappiamo interpretare e che solo dopo un certo tempo, quando si verificano altri avvenimenti, altre parole, ci tornano alla memoria, così che ricordiamo quello che è accaduto e in quel momento vediamo tutto in una nuova luce così intensa che esclamiamo: «Come ho potuto non rendermene conto prima!».

Qualcosa di simile accadde al popolo di Israele. Quasi 2000 anni prima della nascita di Gesù Cristo, una tribù di pastori che viveva in Mesopotamia si mise in cammino verso la terra di Cana in cerca di nuovi destini e migliori fortune. Alla guida del clan una persona che ci è familiare, Abramo, che cammina con sua moglie Sara, sterile. Conosciamo bene la storia. Jahvè prende l’iniziativa e si avvicina ad Abramo tendendogli la mano e stabilendo con lui un patto, promettendogli una terra e un popolo. Dalla sterilità di Sara Dio darà ad Abramo una discendenza numerosa come le stelle del cielo e questo sarà, d’ora in avanti, Abramo; la sua missione, essere padre di un popolo di credenti.

Questo è l’inizio della storia che si snoderà nel tempo e che avrà come protagonisti il Dio di Abramo e i discendenti di quel pastore che guardava le stelle e sognava perché sapeva di aver stretto un patto con l’eternità.

Ed i «figli di Abramo» si moltiplicarono e si dispersero, forse dimenticando quell’alleanza stipulata nell’antichità. Gli eventi dell’esodo saranno l’occasione propizia perché Dio si avvicini di nuovo ai figli della promessa per rinnovare con loro il patto siglato nel passato.

COME AVEVA PROMESSO AI NOSTRI PADRI

«Quel giorno dirai a tuo figlio: per questo il Signore intervenne a nostro favore quando lasciammo l’Egitto…». Questa frase tratta dal rito della Pasqua ebraica, festa in cui si celebra il ricordo della fuga dall’Egitto, ci aiuta a capire che la vicenda dell’esodo ha un significato rilevante per la vita del popolo. Infatti ci sono situazioni e circostanze che si stagliano nella vita di ognuno e che mantengono sempre la centralità di un momento vissuto come qualcosa di realmente importante. Se guardi indietro alla tua storia, sicuramente troverai qualche episodio che ti sembrerà particolarmente significativo, che si trova su un piano diverso dagli altri e al quale fai spesso riferimento, perché da esso sono scaturite decisioni chiave, sono nate relazioni intense o che hanno portato a una svolta decisiva nella tua vita.

Il popolo della promessa

Per Israele, il popolo della promessa, l’esodo fa parte di questo ristretto gruppo di eventi che costituiscono il fondamento e l’interpretazione della loro storia. L’uscita dall’Egitto, la traversata del deserto verso la terra promessa da Dio è il momento in cui realmente nasce come popolo.

Sono trascorsi vari secoli da quando quel sognatore contava le stelle ogni notte, speranzoso. I figli dei suoi figli si sono stabiliti in Egitto dove vi è un potere che li schiavizza, generando situazioni di cruda oppressione. Al centro del racconto narrato nel libro dell’Esodo troviamo un personaggio che conosciamo anche noi: si tratta di Mosè, israelita di origine che, educato in ambiente egiziano, fuggirà nel deserto dove vivrà un’esperienza che segnerà per sempre la sua vita. Certamente ricorderai l’episodio biblico del roveto ardente. Ebbene, durante la visione Dio rivela a Mosè il suo nome: «Io sono Jahvè», «Io sono colui che sarò». In queste poche parole tinte di futuro, Mosè dovrà ancora scoprire chi è Dio e ciò che farà di lui e del suo popolo. Jahvè ha visto l’oppressione di Israele e prende le sue parti impegnandosi per la sua libertà.

Questa è la grande esperienza dei figli di Abramo: Jahvè è il Dio liberatore, il Dio vicino al suo popolo, il Dio salvatore che li fa uscire dall’Egitto, che apre il mar Rosso tracciando una via in mezzo alle acque in tempesta e facendo soccombere i loro inseguitori; che cammina potente davanti a loro, mostrando un orizzonte nuovo ogni mattino: li attende una terra in cui abbondano latte e miele.

E Jahvè stabilisce un nuovo patto col suo popolo. Entrambi sono uniti dal medesimo vincolo di sangue, un’alleanza che, con la liberazione, sigla l’amore di Dio per Israele e lo impegna a essere fedele all’accordo stretto con Mosè. Così Israele ha imparato ad ascoltare il sussurro di Dio nella colonna di nubi, nella manna della Provvidenza e nel cammino aperto nel deserto. Ma le luci e le ombre sono presenti nella storia degli uomini da sempre e il popolo eletto ha preferito altri dèi, dimenticandosi di Jahvè e decidendo di seguire altri cammini.

La voce di Dio nei profeti

Dio ha voluto parlare il linguaggio dell’uomo ed è diventato storia per proporgli il suo sogno, cioè quello che voleva fare di lui quando si espresse con la creazione. Ma l’uomo, che porta impresso nel cuore il sigillo della libertà, ha preferito fare a meno dell’amore di Jahvè e scrivere il suo destino respingendo, in non poche occasioni, la mano aperta del suo Dio. Sicuramente la storia della salvezza è un evento a due voci nel quale la risposta dell’uomo resiste all’iniziativa insistente di Dio che continuamente gli chiede di ricominciare, di indirizzare di nuovo i suoi passi, di costruire un destino diverso. Dio volle contare sul «sì» dell’uomo al suo progetto, ma l’uomo ha avuto bisogno di tempo per maturare.

Nel corso della storia di Israele, i profeti manterranno sempre viva la speranza di un futuro nuovo, secondo il cuore di Jahvè. La loro voce si alzò potente in mezzo al popolo, facendosi portatrice del messaggio di Dio.

I profeti denunciarono con forza i passi falsi, il cuore duro dell’uomo che aveva dimenticato tanti gesti di tenerezza del Signore degli eserciti e che si prostrava di fronte ad altri dèi camminando nell’ingiustizia e nell’oppressione. I profeti si sforzarono di mantenere viva la fiamma della speranza nei momenti più difficili della storia del popolo eletto. Quando Israele soffrì il disastro della guerra, la distruzione e l’esilio a Babilonia, furono scritte pagine meravigliose che parlavano dell’intervento di Dio, di un nuovo esodo, di un futuro di speranza che li avrebbe riportati alla libertà e li avrebbe fatti vivere nella pienezza. Anche nei momenti più difficili, Jahvè rimase fedele accanto ai figli dell’alleanza, come aveva promesso, tanto tempo prima, ai suoi padri.

CRISTO, PIENEZZA DEI TEMPI

Le promesse di Dio, ripetute in diversi momenti della storia, mostrano progressivamente un progetto misterioso che va prendendo corpo in ogni avvenimento, in ogni situazione vissuta, in ogni tappa del cammino percorso. Così sottolineano i vari scrittori dell’AT insistendo, attraverso i loro racconti, su una specie di «finalità segreta» che conduce la storia verso un orizzonte ben preciso: il compimento delle promesse di Jahvè, realtà futura che sta per giungere.

Infatti, se scorriamo con attenzione le pagine dell’AT vi troveremo un accento insistente posto sull’azione di salvezza di Dio a favore degli uomini per mezzo di vari personaggi. Vale a dire, Dio manda i suoi messaggeri che vanno considerati come autentici intermediari tra Jahvè e il popolo, e che porteranno avanti il suo progetto attualizzando la sua parola in mezzo alle genti.

Le figure del re (2 Sam 7,8-16), del sacerdote (Dt 33,8-11), dei profeti (Is 40-55), del Figlio dell’uomo (Dn 7,13-14), sono vere e proprie mediazioni storiche che si posso interpretare come correnti messianiche nell’AT. Possiamo parlare persino di una cristologia implicita, di una sorta di dinamismo salvifico che, letto in profondità, annuncia e prepara la venuta di Gesù Cristo.

Il Messia sta per arrivare

Come abbiamo detto, la promessa trova la sua piccola realizzazione nelle splendide pagine scritte da Abramo, da Mosè nell’esodo, nell’alleanza col popolo; in chiave di fedeltà di Jahvè al patto siglato sarà letta anche l’esperienza della monarchia ai tempi di Davide e Salomone.

Ma i tempi difficili devono ancora arrivare e Israele conosce la durezza del cammino guardando speranzoso al futuro, verso orizzonti di maggiore pienezza annunciati da Jahvè sin dall’antichità.

Il periodo persiano (538-333 a.C.), il dominio ellenistico (333-63 a.C.), e l’occupazione romana (dal 63 a.C. in poi) saranno pagine della storia di Israele che faranno conoscere l’umiliazione, la sconfitta, l’abbandono e la sventura. Quasi come se Jahvè si fosse dimenticato della sua promessa, come se non riuscisse a portare a termine il suo progetto.

In questa situazione di «perdizione», di scoraggiamento, l’annuncio profetico diventa escatologico, punta lontano; l’annuncio di un messia, l’«unto» di Dio, diviene speranza di un futuro che verrà. E così, a poco a poco, si andò rafforzando la certezza che il Dio liberatore che fece uscire il suo popolo dalla schiavitù egiziana avrebbe raccolto nelle sue mani la storia e portato a termine la sua promessa, la salvezza definitiva, attraverso il suo messia, il suo inviato.

Tale speranza si consolidò nell’esperienza di fede di Israele. Le profezie messianiche presuppongono un rilancio dell’Alleanza, pur nella debolezza e nell’oscurità del presente che è già seme di un futuro pieno perché il Signore guida la storia.

Nella pienezza dei tempi

Ci rammenta l’autore della lettera agli Ebrei che «nei tempi passati Dio parlò molte volte ai nostri padri per mezzo dei profeti; ora invece, in questi tempi che sono gli ultimi, ha parlato a noi per mezzo del Figlio» (Eb 1,1-2). Le aspettative messianiche si concentrano in questi «ultimi tempi», espressione che nel linguaggio del Nuovo Testamento indica compimento delle promesse, pienezza, conclusione (Mc 1,15; Gal 4,4; Ef 1,10). Così la professione di fede degli scritti del NT manifesta come lo stesso Gesù Cristo «è» la pienezza dei tempi, colui nel quale si compiono tutte le speranze messianiche contenute nelle antiche tradizioni.

L’esperienza e la riflessione sulla figura e la storia di Cristo nella Chiesa apostolica farà scoprire ai credenti nell’incarnazione del Verbo, nella morte e nella risurrezione del messia di Nazaret, una nuova comprensione della storia. Il Regno di Dio è già qui. Lo stesso Gesù è il Regno, il tempo definitivo, vero kairós (tempo di salvezza) da parte di Dio per gli uomini.

Gesù di Nazaret racchiude in sé la realizzazione delle promesse di liberazione di Dio per il suo popolo. Tutte le mediazioni salvifiche dell’AT e gli aneliti di pienezza che albergano nel cuore dell’uomo trovano in lui compimento definitivo.

Ma Cristo non rappresenta solo un gradino in più nello sviluppo orizzontale degli avvenimenti storici che rendono possibile la salvezza di Dio: il compimento a cui facciamo riferimento presuppone un salto qualitativo. Si tratta di un evento che si colloca in un altro ordine, diverso da quello dei meri accadimenti storici narrati nell’AT. Non si può neanche dire che l’incarnazione sia il risultato del tempo, ma piuttosto che ci troviamo di fronte a un intervento particolarmente rilevante di Dio nella storia degli uomini, che fa di essa un «tempo pieno». L’incarnazione del Verbo di Dio oltrepassa tutte le aspettative di Israele; l’evento di Gesù Cristo va molto al di là delle povere speranze degli uomini, accumulate nel lento scorrere dei secoli.

Così i credenti, nell’incontro col crocifisso-risuscitato, sperimentano Cristo come il Signore, colui che dà senso alle loro vite e realizza i loro aneliti di liberazione. Gesù di Nazaret è colui in cui si compiono le Scritture e colui che ci svela, definitivamente, il progetto liberatore di Dio nei nostri confronti.

Ricordi il «io sono colui che sarò» che Jahvè pronunciò davanti a Mosè nel deserto? Ebbene, quella enigmatica «lettera di presentazione» acquista in Gesù il suo pieno significato, perché la sua vita e il suo messaggio ci rivelano le sembianze definitive del volto di Dio salvatore. Gesù, pienezza dei tempi, è il modo umano che Dio ha di rivelarsi.

E ACCANTO A GESÙ, UNA DONNA

Probabilmente penserai che questa introduzione sia una piccola «cristologia»… E non può essere diversamente. Se vogliamo parlare di Maria, il punto giusto dal quale comprendere bene il suo mistero è proprio Cristo. Ci ricorda Paolo nella sua lettera alla comunità dei Galati: «Dio, quando fu giunto il tempo stabilito, mandò suo Figlio. Egli nacque da una donna e fu sottoposto alla legge per liberare quelli che erano sotto la legge e farci diventare figli di Dio» (Gal 4,4-5).

Questo testo dell’Apostolo ai Galati è la più antica testimonianza del NT per quanto concerne il rapporto tra Cristo e Maria. Accanto a Gesù Cristo, pienezza dei tempi – al centro della storia della salvezza -, incontriamo la figura di una donna scelta da Dio per essere madre del Verbo incarnato.

Maria nel mistero di Cristo

La riflessione e l’approfondimento che la comunità dei credenti ha fatto intorno alla figura di Maria nel corso dei secoli ha sempre inquadrato la Figlia di Sion nei misteri di Cristo e della Chiesa. Ciò è stato ribadito, ancora una volta, dal Concilio Vaticano II che nel capitolo VIII della Lumen Gentium riassume in modo equilibrato e presenta la figura di Maria da una prospettiva cristologica ed ecclesiale. Non si può comprendere la figura di Maria se non facendo riferimento a Cristo e alla Chiesa. Allo stesso tempo, collocando la riflessione sulla madre di Gesù su uno sfondo storico-salvifico, i padri del Concilio sanno di collegarsi anche alla migliore tradizione ecclesiale.

Ci ricorda Papa Giovanni Paolo II che Maria è «testimone eccezionale del mistero di Cristo» (RM 27). Così ha sempre pensato la comunità dei credenti, in modo tale che i misteri e i dogmi mariani sono, soprattutto, misteri cristologici. Basti pensare che se diciamo che Maria è madre, la sua maternità è inevitabilmente legata al Figlio; se diciamo di lei che è Vergine, lo è in ragione di colui che nascerà; se crediamo che sia Immacolata, lo è per il compito assegnatole da Dio di essere madre del Salvatore; se di lei asseriamo che è la donna credente, lo possiamo fare solo in ragione del fatto che è discepola di suo Figlio… Tutto in Maria fa riferimento a Cristo Signore, e il mistero della madre non si comprende se non alla luce del mistero del Figlio.

Per molto tempo la riflessione su Maria si è allontanata dal riferimento scritturistico e ha ragionato in chiave di «privilegi» concessi da Dio a una creatura eccezionale, privilegi che non sempre si confacevano al mistero che di lei offriva la Parola rivelata. Oggi è necessario inserire la mariologia nella teologia biblica in modo che la figura della Madre di Gesù acquisti la sua giusta dimensione, vale a dire, nella cornice della storia della salvezza. Soltanto così ogni elemento della riflessione mariana acquista la giusta proporzione e, dal momento che al centro della storia vi è Gesù Cristo, si può dire che non vi sarà una comprensione profonda del mistero della Vergine Madre se non riferendoci esplicitamente all’incarnazione, alla vita, alla morte e alla risurrezione del Figlio di Dio.

Maria nel mistero della Chiesa

La Chiesa ha sempre riconosciuto Maria come la prima credente e la prima discepola, in mezzo a un popolo di credenti e di seguaci del Maestro. Si legge nel libro degli Atti degli Apostoli: «Quando furono arrivati, salirono al piano superiore della casa dove abitavano. Ecco i nomi degli apostoli: Pietro e Giovanni, Giacomo e Andrea, Filippo e Tommaso, Bartolomeo e Matteo, Giacomo figlio di Alfeo, Simone lo zelota e Giuda figlio di Giacomo. Erano tutti concordi, e si riunivano regolarmente per la preghiera con le donne, con Maria la madre di Gesù e con i suoi fratelli» (At 1,14). Questo racconto ci fa capire l’importanza della figura di Maria per la comunità cristiana primitiva. Da una parte, il testo mette Maria in relazione con Gesù: Maria infatti è chiamata espressamente la «Madre di Gesù». Ed è proprio questo appellativo che indica il perché del ruolo centrale di Maria nel racconto. Dall’altra parte è l’unica donna che viene nominata, insieme agli apostoli, il che sottolinea che Maria occupa un posto privilegiato nella prima comunità credente. Tale considerazione ci aiuta a riflettere meglio sul ruolo ecclesiale della figura della madre che, in preghiera con la comunità, attende il dono dello Spirito promesso da Cristo.

Ma sicuramente ti saranno venuti in mente altri passaggi della Scrittura. È importante ricordare a questo proposito il testo di Gv 19,25-27 e, soprattutto, le parole di Gesù al discepolo amato e a Maria: «Donna, ecco tuo figlio; ecco tua madre» (Gv 19,26). La scena della madre accanto alla croce ci parla di fede e di amore materno portato all’estremo, della sequela del Signore e del dare la vita, di fedeltà del vero discepolo che cammina con Gesù fino alla morte. Il testo anticipa la stessa realtà della Chiesa che nasce dall’amore – nessuno ama più di colui che dà la propria vita per i suoi amici – e dalla fede espressa dal discepolo amato accanto alla croce. Maria è, alla luce della Parola, dono di Cristo per la sua Chiesa e madre di tutti i credenti.

Avremo modo di continuare ad approfondire in questa dimensione ecclesiologica la figura di Maria via via che andremo analizzando i vari testi della Scrittura e la tradizione ecclesiale. Tuttavia siamo ai primi passi, e le nostre riflessioni sono di chiaro tono introduttivo, molto ben sintetizzate dalle parole del Concilio che mettono Maria in rapporto con l’unico salvatore, Cristo, e col mistero della Chiesa: «La funzione materna di Maria verso gli uomini in nessun modo oscura o diminuisce questa unica mediazione di Cristo, ma ne mostra l’efficacia (…). Maria cooperò in modo tutto speciale all’opera del Salvatore, con l’obbedienza, la fede, la speranza e l’ardente carità, per restaurare la vita soprannaturale delle anime» (LG 60-61).

Dopo queste pagine introduttive iniziamo il nostro cammino. Tenendo ben presente il nostro compito: comprendere meglio, alla luce della Scrittura e della Tradizione ecclesiale, chi è questa donna, Maria, la Madre di Gesù.