Giornata di Santificazione del Clero nella Solennità del Sacro Cuore di Gesù svolta l’otto giugno in occasione del Giubileo della Parrocchia

In occasione del giubileo della parrocchia si è svolta l’otto giugno scorso, la Giornata di Santificazione del Clero nella Solennità del Sacro Cuore di Gesù. I sacerdoti della Diocesi di Fano Fossombrone Cagli Pergola si sono riuniti col Vescovo per una Concelebrazione Eucaristica, presieduta dal Vescovo, e un ora di Adorazione Eucaristica guidata da D. Ugo Ughi, Vicario per il Clero.

Al termine i sacerdoti hanno pranzato insieme nei locali parrocchiali, pranzo preparato dai membri dell’associazione ANSPI, della Parrocchia.

 


Messaggio per la Giornata di Santificazione del Clero 2018

 

Cari Sacerdoti,

La Giornata di Santificazione del Clero, celebrata nella Solennità del Sacro Cuore di Gesù, ci offre l’occasione di fermarci alla presenza del Signore, per rinnovare la memoria del nostro incontro con Lui e, così, rinvigorire la nostra missione a servizio del Popolo di Dio. Non dobbiamo dimenticare, infatti, che il fascino della vocazione che ci ha attratti, l’entusiasmo con il quale abbiamo scelto di camminare nella via della speciale consacrazione al Signore e i prodigi che vediamo nella nostra vita presbiterale, hanno la loro origine nell’incrocio di sguardi che c’è stato tra Dio e ciascuno di noi.

Tutti noi, infatti, “abbiamo avuto nella nostra vita qualche incontro con Lui” e, ciascuno di noi può fare la propria memoria spirituale e ritornare alla gioia di quel momento “nel quale ho sentito che Gesù mi guardava” (Papa Francesco, Omelia Santa Marta, 24 aprile 2015).

Anche i primi discepoli vissero la gioia dell’amicizia con Gesù, che cambiò per sempre la loro vita. Tuttavia, dopo l’annuncio della Passione, sul loro cuore si stese un velo di oscurità che ne ottenebrò il cammino. L’ardore della sequela, il sogno del Regno di Dio inaugurato dal Maestro e i primi frutti della missione, si scontrano adesso con una realtà dura e incomprensibile, che fa vacillare la speranza, alimenta i dubbi e rischia di spegnere la gioia dell’annuncio del Vangelo.

È quanto può accadere sempre, anche nella vita del Sacerdote. La grata memoria dell’incontro iniziale, la gioia della sequela e lo zelo del ministero apostolico, magari portato avanti per anni e in situazioni non sempre facili, possono cedere il passo alla stanchezza o allo scoraggiamento, facendo avanzare il deserto interiore dell’aridità e avvolgendo la nostra vita sacerdotale nell’ombra della tristezza.

Proprio in questi momenti, però, il Signore, che non dimentica mai la vita dei Suoi figli, ci invita a salire con Lui sul Monte, come fece con Pietro, Giacomo e Giovanni, trasfigurandosi davanti a loro. Conducendoli “in alto” e “in disparte”, Gesù fa compiere loro il meraviglioso viaggio della trasformazione: dal deserto al Tabor e dall’oscurità alla luce.

Cari Sacerdoti, abbiamo bisogno, ogni giorno, di essere trasfigurati da un incontro sempre nuovo con il Signore che ci ha chiamati. Lasciarci “condurre in alto” e restare “in disparte” con Lui, non è un dovere d’ufficio, una pratica esteriore o un’inutile sottrazione di tempo alle incombenze del ministero, ma la fonte zampillante che scorre in noi per impedire che il nostro “eccomi” si dissecchi e inaridisca.

Contemplando la scena evangelica della Trasfigurazione del Signore, allora, possiamo cogliere tre piccoli passi, che ci aiuteranno a confermare la nostra adesione al Signore e a rinnovare la nostra vita sacerdotale: salire in alto, lasciarsi trasformare, essere luce per il mondo.

1.     Salire in alto, perché se rimaniamo sempre centrati sulle cose da fare, rischiamo di diventare prigionieri del presente, di essere risucchiati dalle incombenze quotidiane, di restare eccessivamente concentrati su noi stessi e, così, di accumulare stanchezze e frustrazioni che potrebbero essere letali. Allo stesso modo, “salire in alto” è l’antidoto a quelle tentazioni della “mondanità spirituale” che, anche dietro apparenze religiose, ci allontanano da Dio e dai fratelli e ci fanno riporre sicurezza nelle cose del mondo. Abbiamo bisogno, invece, di immergerci ogni giorno nell’amore di Dio, in special modo attraverso la preghiera. Salire sul monte ci ricorda che la nostra vita è un ascendere costante verso la luce che proviene dall’alto, un viaggio verso il Tabor della presenza di Dio, che spalanca orizzonti nuovi e sorprendenti. Questa realtà non vuole farci fuggire dagli impegni pastorali e dalle sfide quotidiane che ci incalzano, ma intende ricordarci che Gesù è il centro del ministero sacerdotale, e che tutto possiamo solo in Colui che ci dà forza (Fil 4,13). Perciò, “L’ascesa dei discepoli verso il monte Tabor ci induce a riflettere sull’importanza di staccarci dalle cose mondane, per compiere un cammino verso l’alto e contemplare Gesù. Si tratta di disporci all’ascolto attento e orante del Cristo, il Figlio amato del Padre, ricercando momenti di preghiera che permettono l’accoglienza docile e gioiosa della Parola di Dio.” (Papa Francesco, Angelus, 6 agosto 2017).

2.     Lasciarsi trasformare, perché la vita sacerdotale non è un programma dove tutto è stato già sistemato in anticipo o un ufficio burocratico da svolgere secondo uno schema prestabilito; al contrario, essa è l’esperienza viva di una relazione quotidiana con il Signore, che ci fa diventare segno del Suo amore presso il Popolo di Dio. Per questo, “non potremo vivere il ministero con gioia senza vivere momenti di preghiera personale, faccia a faccia col Signore, parlando, conversando con Lui” (Papa Francesco, Incontro con i parroci di Roma, 15 febbraio 2018). In questa esperienza, veniamo illuminati dal Volto del Signore e trasformati dalla Sua presenza. Anche la vita sacerdotale è un “lasciarsi trasformare” dalla grazia di Dio perché il nostro cuore diventi misericordioso, inclusivo e compassionevole come quello di Cristo. Si tratta semplicemente di essere – come ha ricordato di recente il Santo Padre – dei “preti normali, semplici, miti, equilibrati, ma capaci di lasciarsi costantemente rigenerare dallo Spirito” (Papa Francesco, Omelia Concelebrazione Eucaristica con i Missionari della Misericordia, 10 aprile 2018). Questa rigenerazione avviene anzitutto attraverso la preghiera, che cambia il cuore e trasforma la vita: ciascuno di noi “diventa” Colui che prega. Sarà bene ricordare, in questa Giornata di Santificazione, che “la santità è fatta di apertura abituale alla trascendenza, che si esprime nella preghiera e nell’adorazione. Il santo è una persona dallo spirito orante, che ha bisogno di comunicare con Dio” (Papa Francesco, Gaudete et exsultate, n. 147). Salendo sul Monte, saremo illuminati dalla luce del Cristo e potremo scendere a valle e portare a tutti la gioia del Vangelo.

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